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I vini del Monferrato Casalese Maurizio Gily
Nel Monferrato Casalese la vite non è monocoltura. Il vigneto si alterna a seminativi e boschi, e prati nelle aree più occidentali (Val Cerrina), il che movimenta un paesaggio collinare in genere dai profili morbidi e dai rilievi tondeggianti. Solo a Crea e dintorni le coline si innalzano più ripide (il Sacro Monte di Crea supera i 400 metri). Benché non unica, la viticoltura è senza dubbio l’attività agricola più importante, e questo da secoli. Si estende su una superficie di alcune migliaia di ettari, in gran parte iscritta agli albi della denominazione di origine controllata. Il clima ed il terreno dicono che siamo in terra di rossi: I due vitigni maggiormente rappresentati sono il Barbera e il Grignolino. L’ambiente è molto favorevole alla maturazione di un’uva come il Barbera che ha forti esigenze di calore. Dai dati raccolti annualmente dalle stazioni elettroniche della “Vignaioli Piemontesi” il Monferrato casalese risulta l’area più calda della viticoltura piemontese. Elementi distintivi delle estati monferrine sono, oltre al gran calore, l’umidità relativa piuttosto elevata, l’assenza di vento e la piovosità molto bassa, inferiore a quella della destra Tanaro e a quella delle Langhe. I terreni sono prevalentemente “bianchi”, ricchi di limo e calcare attivo, tendenzialmente più simili a quelli “da Moscato” a Sud del Belbo che non a quelli del “triangolo d’oro” del Barbera d’Asti, tra Tanaro e Belbo. In effetti Strucchi, uno degli studiosi storici del Moscato, a inizio secolo indicava il Casalese come un’area a buon potenziale qualitativo per il Moscato e le uve aromatiche, quantunque rilevasse nei vini aromi meno intensi che nella zona poi consacrata dalla D.O.C. dell’Asti: ciò può avere spiegazione nelle differenze del clima, qui più caldo. La geologia dell’area è molto complessa e tormentata, con affioramenti di varie epoche e di diversa matrice. Quando il mare pleistocenico si ritirò dal bacino terziario piemontese, questa fu una delle ultime terre a emergere. Quasi tutti i Comuni del Basso Monferrato possono produrre Barbera d’Asti in base all’attuale disciplinare di produzione. Tuttavia in questa area si privilegia, in genere, la D.O.C. Barbera del Monferrato. Le norme di produzione attuali consentono questa scelta nell’ambito dello stesso vigneto. In totale vi sono circa 2500 ettari di vigneti iscritti agli albi DOC del Barbera. I motivi per cui la D.O.C. Barbera d’Asti è poco “rivendicata”, benché attualmente più quotata sul mercato, sono due : il forte “patriottismo” dei monferrini, che li porta a scegliere la denominazione più aderente alla loro appartenenza storica; la tradizione (ma su questo vi è oggi una certa inversione di tendenza) di orientare la produzione di questa area più su vini giovani e di pronta beva, spesso vivaci, che non su vini fermi e strutturati. Come si sa sul mercato il Barbera del Monferrato è di solito proposto in queste interpretazioni più “leggere”. Quindi il legame tra il Monferrato e i vini giovani sembrerebbe una consuetudine produttiva, più che una vera vocazione. E infatti ai modelli dei grandi rossi, con un congruo periodo di affinamento in legno e in bottiglia, si ispirano oggi i produttori di qualità della nuova generazione, che sono affiatati e capaci, anche se non molto numerosi, hanno l’entusiasmo di chi vuole arrivare senza la presunzione di chi si sente arrivato, e questo lascia intravedere per molti di loro un grande futuro. E infatti molti esperti sono davvero convinti che il Casalese sia un’area emergente, che farà scintille nei prossimi anni sul mercato dei vini di alta gamma (a dire il vero qualche azienda scintilla già). Le Barbere di questa area, almeno quelle ottenute da vigneti ben condotti e non troppo produttivi, hanno in genere carattere e struttura, ricchezza di colore e di alcool: in gioventù hanno acidità fissa piuttosto elevata, e intensi aromi vegetali e di frutti rossi maturi, a volte con sentori tufacei. Sono in genere vini un poco ruvidi nella prima fase della loro vita, che si affinano con il tempo e rivelano le loro notevoli potenzialità non prima di un anno dopo la vendemmia. Di nuovo ciò contrasta con la consuetudine di immettere i vini sul mercato piuttosto presto, consuetudine, in conclusione, piuttosto discutibile. Ma se il Barbera trova qui una delle sue varie patrie, Il Grignolino ha qui la sua unica vera casa, che si estende nel Nord Astigiano, confinante. La D.O.C. è “Grignolino del Monferrato Casalese”. Solo la proverbiale caparbietà dei Monferrini poteva salvare dall’oblio un vitigno così “difficile”, che matura bene solo in alcune posizioni, e solo se produce poco. E difficile è anche il vino, di un colore rubino chiaro e brillante, privo di sfumature viola, che vira nel tempo verso l’arancio, e ricco di tannini talora un po’ sgraziati. E, tuttavia, vino ricco di personalità, per i suoi profumi speziati, il retrogusto ’ammandorlato’ , la sua capacità di “pulire” la bocca dall’amido di un buon risotto. Decisamente un vino da amatori, distante dai canoni un po’ triti e malinconici del cosiddetto “gusto internazionale”. Esiste anche qui una versione perculiare del conflitto tra tradizionalisti e innovatori: la barrique non c’entra, il Grignolino non la ama (anche se qualche produttore ci ha provato, con risultati sui quali sospendiamo, per ora, il giudizio). I due modelli teorici sono un Grignolino più “mercantile” , da macerazioni brevi, cerasuolo, fruttato e piacevole da giovane, ma a scapito del “nerbo”, della durata e del carattere varietale; e un Grignolino più tradizionale, più riconoscibile nella sua tipicità, più speziato e amarognolo per l’influenza dei vinaccioli: una tipologia più amata dai conoscitori locali ma più difficile da esportare, e comunque difficile da realizzare bene: le uve devono essere perfette, e così pure la vinificazione, altrimenti la macerazione delle bucce e dei vinaccioli rende il vino aspro e amaro. Tutta l’enologia di qualità è ricerca dell’equilibrio: nel Grignolino tale ricerca richiede all’enologo doti da funambolo, ma quando riesce il risultato è notevole. Il terzo vitigno dell’area è il Freisa, talvolta vinificato in purezza, più spesso usato in assemblaggio con gli altri due vitigni. In effetti un carattere peculiare della viticoltura di questa zona è il vigneto plurivarietale: vitigni diversi nello stesso vigneto. Nei vigneti giovani ormai si va verso la specializzazione, ma in quelli vecchi si trova, spesso, un po’ di tutto, anche varietà di cui ormai si è perso persino il nome ed il ricordo. In un momento in cui anche la viticoltura riflette sui rischi dell’erosione genetica e sui valori della biodiversità, in questi vecchi vigneti c’è sicuramente qualcosa da salvare, e infatti quello relativo ai vecchi vitigni è uno dei principali filoni della ricerca viticola in questa zona. In particolare si studiano vitigni aromatici come il Moscato greco e la Moscatellina. L’aromatico più famoso e tipico è la Malvasia di Casorzo, la cui area si estende in parte su alcuni Comuni del Casalese pur avendo epicentro nel Nord astigiano confinante.Negli ultimi anni si sono sperimentati con ottimi risultati vitigni internazionali come Merlot, Cabernet Sauvignon e Pinot nero. Per lo più queste uve sono utilizzate in assemblaggio con il Barbera, per vini commercializzati con la denominazione “Monferrato rosso”. La ricerca è tuttora molto attiva, con la messa in prova di diverse varietà italiane ed estere, ma le superfici sono complessivamente modeste: siamo in una zona di viticoltura prevalentemente contadina e tradizionalista. Tra i bianchi il Cortese è il vitigno più diffuso, esiste anche una D.O.C. “Monferrato Casalese Cortese”, con alcuni prodotti “estivi” freschi e piacevoli ma, obiettivamente, la vocazione del territorio è un’altra. Abbastanza diffuso è anche lo Chardonnay, introdotto negli ultimi vent’anni, che qui da’ vini ricchi di corpo e adatti al matrimonio con la barrique. I vigneti migliori sono sulle colline più alte e sui versanti più freschi.
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