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 Il vigneto di Dolcetto in Piemonte

Per il libro “Dolcetto, il vitigno delle 11 doc” a cura di Mario Busso e Carlo Vischi

Vitis vinifera Aquaestatiellaensis, omnibus praecocior, racemis mediis, simplicibus, oblongis, acinis rotundis, parvis, nigricantibus, petiolo rubescente; vino atrepurpureo, tenui, dulci, bene digesto, promptuario. Vulgo, Uva d’Acqui o Dolcetto del Monferrato.
Centocinquanta anni fa Giorgio Gallesio, uno dei grandi ampelografi del passato, raccontava così il Dolcetto.

Il Dolcetto e il freddo
Ancora il Gallesio: “Il clima dell’Ovadese pare sia il più appropriato, poiché in quella zona la maturazione avviene senza che si verifichi la caduta degli acini. (…)La precoce maturazione rappresenta un grosso vantaqgio nei climi freddi,  ma diventa un inconveniente in quelli caldi, poiché gli acini appassiscono precocemente e cadono”.  O gran bontà de’ cavallieri antiqui! Chi si chiede perché la ormai mitica annata ’97 non sia  stata, per il Dolcetto, così strepitosa come per il Barbera o il Nebbiolo, o almeno non lo sia stata in modo uniforme, trova qui la sua risposta, data con centocinquanta anni di anticipo. 
In verità se è vero che il Dolcetto soffre il caldo, non é del tutto vero che sopporti bene il freddo: é un’uva dalla maturazione delicata, che soffre, in questa fase,  i bruschi sbalzi termici e la siccità.  E’ vero però  che la sua limitata acidità fissa consente di ottenere, anche in annate non eccelse e in ambienti piuttosto freschi, vini relativamente poco aspri, abbastanza gradevoli  e fruttati anche se poco alcolici. Cosa che non succede con il Nebbiolo, e meno che mai con il Barbera: vitigni che richiedono invece una perfetta maturazione delle uve per dare vini apprezzabili. E anche questo spiega la grande diffusione del Dolcetto, in passato ancor più di oggi,  nelle “terre alte”.

Un vitigno “dialettale”
I vitigni piemontesi classici sono tutti relativamente poco diffusi in aree extraregionali. Ma nessuno è così poco cosmopolita come il Dolcetto. Ad esempio, troviamo Nebbiolo nella Bassa Valle d’Aosta e in Valtellina, troviamo Barbera in tutta la fascia oltrepadana e preappenninica verso ovest, fino a Bologna, e poi ancora in Puglia e Campania come vitigno miglioratore da assemblaggio; e questo senza contare, per questi due grandi vitigni, gli ettari piantati in Australia e in California. Il Cortese si spinge in Oltrepò pavese, come pure  il Moscato,  diffuso peraltro in Puglia (Trani)  nel Sud della Francia (Frontignan) e in altre zone viticole del mondo.
Il Dolcetto invece non ha minimamente il carattere dell’emigrante. A partire dal suo nome “sbagliato”, dusét, retaggio di una civiltà contadina che ignorava felicemente i dettami del  marketing: un nome che, fuori dalla sua patria, non viene capito, perché fa pensare a un vino dolce.
All’infuori di qualche sporadica presenza in aree confinanti come Oltrepò pavese e Liguria (Pieve di Teco), vi sono state poche esperienze di coltivazione di Dolcetto fuori dal Piemonte. Per quanto ne so, dalle Marche alla Virginia, tutte deludenti, per non dire dei veri bidoni, in una  singolare analogia con un altro prodotto tipico del preappennino piemontese, la nocciola tonda gentile delle Langhe, pianta “inesportabile”. Il Dolcetto, quindi, come la nocciola di Langa, profeti solo in patria, contrariamente al detto.

La “cintura del Dolcetto”
Abbiamo visto come Gallesio individuasse nel Dolcetto la varietà “più precoce”. In un panorama viticolo assai più ricco dell’attuale come numero di vitigni, ma povero di varietà ad uva nera precoci, il Dolcetto era, in effetti, l’uva che maturava prima.  Questo giustificava la sua diffusione nell’area preappenninica: La parte medio-alta dei bacini del Tanaro, del Bormida, e del Belbo,   l’Acquese (dove era tanto diffuso da essere chiamato uva d’Acqui), tutto l’Ovadese fino a Novi.  Il Dolcetto era ampiamente coltivato fino a cinquecento metri di altezza. In Liguria è tuttora conosciuto con il nome di Ormeasco dal paese di Ormea nell’Alta Val Tanaro e coltivato sporadicamente nel basso Appennino a Sud del Col di Nava, a Pornassio e Pieve di Teco.
La viticoltura piemontese ha ormai abbandonato le zone più elevate e più impervie: però ha conservato la “cintura del Dolcetto”, la quale, pur ritirandosi verso nord,  ha conservato pienamente il suo carattere di terra di confine della viticoltura piemontese verso l’Appennino Ligure. 
Se osserviamo infatti la rappresentazione grafica della diffusione del vitigno vediamo chiaramente come le aree più meridionali dei territori a DOC del Dolcetto siano anche quelli in cui il vitigno ha maggiore diffusione, e questo vale in tutte e due le Province maggiormente interessate al Dolcetto:  Cuneo e Alessandria.  La spiegazione più semplice e spontanea è che nelle aree più calde vi è maggior diversificazione varietale, perché qui il clima consente, nei versanti più assolati,  la maturazione di uve più tardive, mentre nelle zone più elevate il Dolcetto diventa vitigno leader  e non ha molti concorrenti. In realtà negli ultimi anni in queste aree si sono sperimentate con successo altre varietà più precoci come Chardonnay e Pinot nero per base spumante: si tratta però di vitigni quasi estranei alla tradizione e quindi di scarso radicamento in queste terre di  viticoltura contadina,  in gran parte amatoriale, quindi per natura poco incline allo sperimentalismo.
La cintura del Dolcetto è però, come si vede dalle rappresentazioni grafiche e in particolare dalla tavola XX, come “sfilacciata” nel centro: qui il vitigno perde colpi, la sua presenza è costante ma ben più ridotta percentualmente. E’ l’area del Moscato.


Come il Dolcetto perse la battaglia con il Moscato
I mutamenti del paesaggio agrario nel corso dei secoli hanno
un'unica chiave di lettura: l’analisi economica. Si abbandonano le colture meno redditizie,  si cambiano i sistemi di coltivazione per ridurre i costi o aumentare le rese: la ricerca di una maggiore qualità  è un fatto molto recente per la nostra agricoltura, e le sue conseguenze sul paesaggio sono a tutt’oggi trascurabili.
Il decollo dell’industria spumantiera, a partire dal polo di Canelli, intorno alla metà del secolo scorso,  determinò una progressiva riconversione della viticoltura delle aree circostanti, a cominciare dalla valle Belbo, poi la Valle Tinella  e  tutto l’acquese fino al Bormida. Il Dolcetto, che pure era assai coltivato in tutta questa area, perse molto terreno a favore del Moscato: oltre tutto l’epoca di maturazione è abbastanza simile e questo fatto non aiutò il Dolcetto.
La ricostruzione dei vigneti conseguente alla crisi fillosserica  portò ad una accelerazione di questa riconversione che possiamo considerare tuttora in corso (anche se oggi oltre al Moscato si pianta, in gran copia, il Brachetto).  Come si vede dalle rappresentazioni grafiche del Dolcetto, in provincia di Asti ne è rimasto pochino, concentrato al Sud e insidiato dalla grande diffusione degli aromatici.
Si conferma quindi la tendenza della viticoltura piemontese a specializzarsi, attuando concretamente  quella prassi che oggi viene chiamata con termini non molto felici zonazione o zonizzazione: si tende cioè a realizzare, in ciascuna zona,  i migliori rapporti vitigno/ambiente per avere vini diversi ma tutti apprezzabili nella loro tipologia.

I feudi del Dolcetto
Vi sono aree dove il Dolcetto è fortemente radicato e tende alla supremazia nell’uso dei suoli vitati: sono il Monregalese e gran parte della Langa in Provincia di Cuneo, l’Ovadese in Provincia di Alessandria.  Spostandosi da queste aree, che si identificano con le più importanti denominazioni di origine controllata, il Dolcetto non scompare mai di colpo,  ma si diluisce progressivamente con altri vitigni fino a perdere il ruolo di protagonista, mantenendo tuttavia una  presenza significativa in tutto il Sud Piemonte fino alla Valle Scrivia verso est, per poi diradarsi molto nel Tortonese.
A livello di semplice presenza troviamo Dolcetto nel Basso Monferrato ed anche nel Pinerolese, ma si tratta appunto di tracce.
Abbiamo già detto del Moscato nell’astigiano e nell’acquese: nell’albese invece, è il Nebbiolo a insidiare il primato del Dolcetto,  anche se quest’ultimo mantiene una presenza costante e significativa in tutta la Langa fino alla riva destra del Tanaro. Oltre c’è il Roero, e il Dolcetto non ama particolarmente queste terre giovani (geologicamente) e leggere, in cui soffre la sete.
I Comuni in cui il Dolcetto a DOC supera i cento ettari di superficie sono undici in tutto il Piemonte, di cui nove nelle Langhe. Da Sud:  Clavesana, Farigliano, Dogliani, Monforte, La Morra, Diano, Alba, Treiso, Neive. 
Il grafico 1 relativo alle superfici a DOC nel Comune di Dogliani evidenzia la forte specializzazione sul Dolcetto. Malgrado che le brezze dell’Alta Langa rinfreschino il clima, Dogliani rimane patria di vini di corpo e struttura, oltre che di Luigi Einaudi, ed è uno dei due poli principali del Dolcetto in provincia di Cuneo. L’altro è Diano, il paese che sicuramente più di tutti o, per lo meno, prima di tutti, ha contribuito alla valorizzazione di questo vitigno con il lavoro sui 77 söri (qualcosa di molto simile ai crus francesi), un progetto pilota  che, tra i primi in Italia, ha introdotto nella pratica due concetti fondamentali: uno di tipo tecnico-scientifico, quello di zonazione viticola, l’altro di tipo politico-amministrativo,  la regolamentazione e la tutela dei vigneti attraverso l’adozione di specifici strumenti urbanistici comunali.
Nell’Alto Monferrato acquese la zona tipica del Moscato parte dalla riva nord del Bormida, e spadroneggia verso Nord fino al Belbo.  Ma il Dolcetto mantiene una presenza abbastanza significativa e regala, qui, vini freschi e fruttati, non troppo carichi di porpora, piacevolissimi. Ma c’è un altro acquese, quello che dal Bormida si inerpica su verso l’Appenino. Qui è rimasta ormai ben poco vigneto: il bosco si sta riprendendo a grandi passi tutto ciò che la fatica dell’uomo gli aveva strappato nei secoli passati. Ma quel poco è prevalentemente Dolcetto: a Ponti, Spigno, Melazzo, Cartosio. E, nelle buone annate, che Dolcetto! 
I Comuni dell’Acquese più vitati a Dolcetto sono Acqui, Cassine, Rivalta Bormida e Orsara Bormida, tutti  tra i 50 e i 100 ettari.
A Nord dell’acquese c’è l’astigiano meridionale: come già visto le zone con più tradizione di Dolcetto coincidono con quelle del Moscato. In nessun Comune astigiano il Dolcetto supera i 50 ettari. Tuttavia è diffuso e si spinge con presenze non molto massicce fino alla riva meridionale del Tanaro, mentre, a Nord di esso, diventa veramente raro.
Tornando verso Sud, l’Ovadese è diviso in due dal fiume Orba, ed è un territorio geologicamente assai tormentato con terreni di matrice diversa. I due Comuni con più vigneti di Dolcetto sono Rocca Grimalda e  Carpeneto, che superano i cento ettari. Purtroppo Comuni ad alta vocazione come Cremolino, Trisobbio, Morsasco, Prasco, hanno subito le conseguenze dell’abbandono a causa delle elevate pendenze e delle conseguenti difficoltà di meccanizzazione.
A est dell’Orba il Dolcetto mantiene una presenza significativa a Tagliolo, Castelletto d’Orba, Silvano d’Orba, Lerma, mentre, spostandosi ulteriormente ad Est, verso Gavi, il primato gli viene tolto dal Cortese.

Un vitigno che richiede dedizione
Non occorre essere ampelografi per riconoscere il Dolcetto. Il suo fogliame sotto la luce ha le sfumature del bronzo,  e, in settembre, si accende di un rosso intenso. Il grappolo è grande, con gli acini rotondi, blu scurissimo a maturazione: l’uva è dolce, poco acida, (da cui Dolcetto), evidenzia talvolta quel retrogusto mandorlato che si ritrova spesso nel vino.
Il suo ciclo vegetativo è piuttosto particolare e merita una breve descrizione. Il germogliamento è relativamente tardivo, dopo il Barbera, ben dopo il Nebbiolo, e questa è una buona protezione dalle gelate tardive. Nella fioritura recupera, e l’invaiatura invece è precoce: in alcune annate già verso la metà di luglio si comincia a vedere qualche acino cambiar colore e gli agricoltori fanno a gara a chi trova il primo acino scuro, segno di sicura distinzione e presagio di buona vendemmia.  A Ovada, dove il dialetto è ormai  simpaticamente contaminato dalla vicina Genova, dicono di aver trovato “l’uga grisa”. Il Dolcetto non è un vitigno rigoglioso: la sua energia vegetativa, quindi la sua produzione di tralci e foglie,  spesso non è pari alla generosità con cui fruttifica. Questo può essere un problema per i viticoltori distratti e poco professionali, che si fanno prendere la mano dal miraggio dell’abbondanza. I vignaioli accorti sanno invece che alla base della qualità c’è l’equilibrio, e fanno in modo di realizzarlo: staccando i germogli “doppi”, molto frequenti sul Dolcetto, e, se non basta, attuando il diradamento dei grappoli, in tutti i casi cercando di favorire un ottimale rapporto tra foglie e frutti, alla base di una buona maturazione.
Questa modesta vigoria consente di realizzare impianti piuttosto fitti, anche oltre 4000 viti all’ettaro, come raccomanda la viticoltura moderna per ottenere vini di pregio.
Il Dolcetto rifugge dai terreni troppo fertili e da quelli in cui l’acqua ristagna: in queste terre gli acini tendono a cadere prima ancora di raggiungere la completa maturazione. Si dice che i migliori Dolcetti vengano sulle “terre bianche”, calcaree, di medio impasto, meglio se ciottolose e comunque sempre ottimamente drenate.
Le migliori annate da Dolcetto sono quelle in cui il mese di settembre sia assolato ma non troppo caldo, e il suolo abbia una sufficiente riserva di umidità.
L’epoca di maturazione è, in genere, subito dopo il Moscato, verso la metà di settembre. 

La ricerca
Il Dolcetto in Piemonte è stato oggetto di varie sperimentazioni, volte a:

migliorare la qualità e la sanità del materiale vivaistico.  La selezione condotta dal Centro Vite del C.N.R. di Torino ha  portato in tempi abbastanza recenti (1990) all’omologazione di due nuovi cloni  (CVT AL  275 e CVT CN 22) dalle ottime caratteristiche, oggi disponibili sul mercato, che si affiancano ai due già diffusi CN 69 e R3.

Approfondire le differenze tra i vini derivanti da zone diverse, in particolare con riferimento alla natura dei suoli (Ovadese).  Sperimentazione condotta dalla Vignaioli Piemontesi in collaborazione con la Provincia di Alessandria.

Definire meglio i suoi descrittori sensoriali. Ricerca condotta dall’Istituto Sperimentale di Enologia di Asti e ripresa poi dalla Vignaioli Piemontesi in collaborazione con l’Università di Torino.

Valutare le prestazioni di diversi portinnesti per il Dolcetto e verificare le caratteristiche enologiche dei diversi cloni. Sempre alla Cannona.

Il Dolcetto ha, dal punto di vista dello studio sperimentale, un vantaggio:  la vicinanza dei suoi vigneti con due tra i principali poli di ricerca regionali, la Tenuta Cannona di Carpeneto nel’Ovadese e la Scuola Enologica e di Specializzazione di Alba. I misteri che il Dolcetto ancora nasconde rischiano quindi di essere presto svelati?  Alcuni, forse.  Ma altri restano avvolti nella nebbia, come la sua origine, e come le cocenti delusioni che ha riservato a chi ha osato piantarlo in terra straniera.