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Una strategia per la qualità
Le questioni relative all’uso dell’acqua, alla sua scarsità, ai diritti di sfruttamento su di essa, disegnano uno dei grandi temi economico-sociali del ventunesimo secolo. In sintesi, quello che dovrebbe essere un bene di tutti non basta più per tutti. La crisi dell’estate 2003 in Italia, con i suoi strascichi di polemiche tra agricoltori, industriali, e ambientalisti, rappresenta un segnale allarmante di ciò che la competizione per l’acqua potrà rappresentare sempre di più in futuro, anche in relazione ai mutamenti del clima. La prima cosa che a tutti viene richiesta è quella di risparmiare questa risorsa preziosa, facendone un uso consapevole: su questo tema le conoscenze e le esperienze di molti paesi poveri potrebbero essere di insegnamento a quelli ricchi, se questi ultimi avessero umiltà e orecchie per ascoltarli, cosa che, per ora, non sembra accadere. Tra le prime raccomandazioni, quella di non usare l’acqua per colture che non ne hanno strettamente bisogno: pertanto parlare di irrigazione del vigneto in Europa, dove la viticoltura è tradizionalmente asciutta, potrebbe apparire come un’azione “politicamente scorretta”. Noi pensiamo che non sia così, per due motivi: primo, oggi l’irrigazione è praticata su una superficie ridotta, ma con volumi di acqua spesso molto alti e difficili da giustificare nell’ottica di una viticoltura di qualità, si tratta quindi in primo luogo di razionalizzare, riducendo gli sprechi là dove l’irrigazione è già praticata; in secondo luogo, le zone collinari che potrebbero avere un vantaggio dall’irrigazione “di soccorso” (termine che forse richiederebbe un aggiornamento, come illustrato in seguito) normalmente non hanno accesso a corsi d’acqua e falde superficiali, quindi il principale, se non l’unico, modo di alimentare un impianto è quello di creare una riserva, un bacino che trattenga una parte delle piogge che cadono nella stagione più umida, e che andrebbero comunque praticamente perse, a volte anche con effetti erosivi, per riportarle in circolazione in quella asciutta. Aggiungiamo che i volumi d’acqua richiesti per questo tipo di irrigazione sono modesti: in Italia l’ordine di grandezza va dal 2 al 10% della piovosità annuale sull’ettaro, pertanto, anche nel caso dell’uso di pozzi, il rischio di impoverimento della falda è minimo se i punti di prelievo non sono troppo concentrati.
In zone del mondo dove la piovosità è più bassa e lo sfruttamento dell’acqua intenso il problema assume ben altre proporzioni. In Australia, ad esempio, il sovrasfruttamento idrico del bacino del Murray (non solo per la viticoltura, vi si coltiva persino il riso) ha determinato un grave fenomeno di salinizzazione delle acque e quindi dei suoli, e questo è uno dei motivi che hanno indotto i ricercatori di quel paese ad approfondire più di altri gli aspetti relativi al risparmio dell’acqua, come testimonia l’intervento di Ian Goodwin, pubblicato nell’ambito di questo servizio. La scarsità di acqua è anche una delle principali limitazioni all’ulteriore espansione della viticoltura in quel paese, il che, visto il grande successo dei vini australiani sui mercati, costituisce motivo di egoistico sollievo per noi europei.
Estate 2003, ripensamenti in corso per l’irrigazione del vigneto
Con la torrida annata 2003 ha vacillato fortemente, se pure non é crollato del tutto, uno storico pregiudizio contro l’irrigazione del vigneto, considerata un mezzo di forzatura. Nel corso di un recente convegno organizzato a Sarteano (SI) dalla Imago-Netafim il Professor Fregoni ha ricordato come l’atteggiamento negativo verso questa tecnica, o meglio la presunta contraddizione tra irrigazione e qualità, fosse dovuta in passato alla scarsa evoluzione della pratica irrigua, che, ove attuata, veniva fatta per scorrimento o sommersione e con grandi volumi, quindi finalizzata effettivamente a forzare il raccolto in senso quantitativo (fatto che tuttora avviene in alcune zone). L’irrigazione a goccia e la varie evoluzioni di questa tecnica, tra cui la sub-irrigazione, hanno notevolmente modificato gli scenari: tuttavia, ha ricordato ancora Fregoni, rimane pur sempre vero che, per fare un vino di qualità, l’acqua va somministrata con molta cautela e moderazione, e solo quando serve. In Spagna solo di recente l’irrigazione in viticoltura è stata autorizzata, con effetti anche abbastanza dirompenti sui volumi produttivi di alcune zone. In Francia il dibattito è vivace, con autorevoli esponenti dell’INAO, l’istituto per le denominazioni di origine, che si oppongono all’introduzione di questa pratica. Una delle motivazioni che è stata addotta dai “conservatori” mi è parsa particolarmente singolare, e molto indicativa della distanza culturale che separa una parte dell’Europa dal Nuovo Mondo: l’irrigazione andrebbe a ridurre l’esplorazione del suolo da parte delle radici, e, di conseguenza, l’incidenza dell’effetto “terroir” sulle caratteristiche del vino. In verità la maggior parte delle nuove radici distali si formano in primavera e in autunno, quando il suolo è più ricco di acqua, e non in estate, quando l’applicazione dell’irrigazione di soccorso ha luogo, pertanto tale teoria mi pare alquanto discutibile. In Italia il Comitato Nazionale vini a DOC e DOCG ha fissato il principio che l’irrigazione di soccorso non è una pratica di forzatura: pertanto si deve concludere che nulla osta all’adozione di tale pratica nella produzione di vini a DOC e DOCG, salvo che il relativo disciplinare lo vieti espressamente (come nel caso della DOC “Langhe”).
Il modello “RDI”
La sigla RDI è sempre più utilizzata a livello mondiale per indicare quella che noi chiamiamo, in modo un poco più impreciso, irrigazione di soccorso. RDI Significa infatti “Regulated Deficit Irrigation”, irrigazione per il controllo del deficit. Alla base di questa sigla (che potrebbe avere anche un legenda italiana, “regolazione deficit idrico”) c’è il concetto che per produrre vini di qualità non bisogna annullare del tutto lo stress idrico estivo della vite, ma solo limitarlo ad un livello ottimale: sono ben noti infatti gli effetti negativi di un’eccessiva disponibilità di acqua per il vigneto, soprattutto (ma non soltanto) nel periodo post-invaiatura, ma sono ormai altrettanto noti gli effetti negativi di uno stress eccessivo, non solo sulla produzione, ma anche sulla maturazione, soprattutto delle componenti polifenoliche, e l’annata 2003 ne ha fornite numerose prove in varie regioni d’Italia.
Tabella
| stress controllato=qualità | stress eccessivo | possibile eccesso d'acqua | |
| fase: fioritura/allegagione | apici in accrescimento, foglie distese, germogli lunghi 1-1,5 metri | arresto della crescita | germogli oltre 2 metri, foglie grandi, molte femminelle |
| fase: invaiatura | arresto della crescita apicale (viti non cimate), che si estende progressivamente agli apici delle femminelle; il viticcio distale tende a seccare; foglie basali verdi; epinastia delle foglie nelle ore più calde; invaiatura regolare; dimensione dell'acino medio-piccola | apici troncati; foglie basali clorotiche, che cominciano a cadere; invaiatura irregolare; acino piccolo: presenza di acinellatura verde; le foglie sono calde al tatto. | apici ancora in crescita, foglie sempre distese; ritardo di invaiatura, acino grande |
| maturazione | le foglie più vecchie cominciano ad arrossare o ingiallire (soprattutto in climi temperati con notti fresche) ma non cadono ancora; acino medio-piccolo; ottimale maturazione. | abbondante caduta di foglie, a partire dalle basali; acino piccolo e raggrinzito; squilibri compositivi, colore scarso, vinaccioli non maturi. | foglie apicali verde chiaro e tenere; viticci distali verdi; acino grande;grappolo compatto; ritardo di maturazione. |
| suolo dopo irrigazione | ombra più scura sotto il punto di gocciolamento | pozza fangosa |
L’applicazione del modello RDI prevede i seguenti punti principali:
· analisi del sistema suolo-radici, quindi:
· natura del suolo, capacità di ritenzione idrica e drenaggio, forma e diametro della “bolla” di acqua che si forma al di sotto del gocciolatore: tale diametro va, all’incirca, da 40 a 100 cm, aumenta all’aumentare delle frazioni granulometriche fini (argilla) ed è minimo nei suoli sabbiosi; la natura del suolo determina quindi la scelta della distanza tra gli ugelli dell’ala gocciolante, che andrà da 40 cm a 1 metro.
· distribuzione del sistema radicale della vite, in particolare lungo il profilo del suolo, cioè nel senso della profondità.
· Calcolo dell’evapotraspirazione potenziale (ETp), cioè della quantità di acqua che evapora dal suolo e per effetto della traspirazione dalle foglie (vedi paragrafo successivo). Convenzionalmente l’ETp si calcola su una superficie coperta da vegetazione erbosa: al dato ottenuto si applica poi un fattore di conversione (coefficiente colturale) per le diverse colture. Per la vite in genere si usa 0,6 o 0,5. Ma esiste un coefficiente specifico per l’irrigazione RDI, che tiene conto dell’esigenza di colmare solo una parte del deficit: tale indice si considera pari a circa 0,25 (Goodwin) nel periodo prechiusura-preraccolta. Questo valore apparentemente basso si giustifica anche con la riduzione della traspirazione conseguente alla chiusura degli stomi della pianta sotto stress.
· In sintesi, e semplificando, la quantità di acqua da somministrare sarà pari ai mm di pioggia persi per ETp in un certo periodo di tempo, meno i mm di pioggia caduti, il tutto moltiplicato per 0,25, o altro coefficiente prescelto sulla base delle variabili considerate.
Strumenti e metodi di misura dello stress
Al di là dei calcoli teorici, è necessario disporre di strumenti utili a valutare lo stress effettivo. In particolare si fa riferimento a tre gruppi di misure e valutazioni: le misurazioni atmosferiche di evapotraspirazione, le misurazioni applicate al suolo (contenuto in acqua e/o tensione della stessa nel suolo) e infine quelle che si applicano alla pianta, attraverso una misura diretta dello stress.
Per l’evapotraspirazione si può usare un evaporimetro a vasca, ma è ingombrante e di problematica manutenzione. Molto più comune la misurazione indiretta attraverso modelli matematici che elaborano alcuni parametri rilevati in una stazione meteorologica elettronica, e, in particolare, temperatura, umidità relativa, radiazione solare e velocità del vento. Quindi, per una buona gestione dell’irrigazione RDI, è opportuno disporre di una centralina in grado di rilevare questi parametri. Oggi per la misura dell’evapotraspirazione sono allo studio nuovi sensori piuttosto semplici da applicare sopra chioma, basati sul principio dell’equazione di bilancio energetico (surface renewal), se ne parlerà nei prossimi anni. Attenzione al fatto che il livello di traspirazione di un vigneto è fortemente influenzato dalla superficie fogliare esposta alla luce e al vento, e che tale superficie può variare, grosso modo, da 10.000 a 20.000 mq, a seconda dell’altezza dei filari, della distanza tra gli stessi e della forma di allevamento. In zone soggette a forte stress e con poca acqua disponibile è bene valutare con prudenza sia la densità di impianto, sia l’adozione di forme di allevamento a chioma assurgente, ottimali per climi temperati, ma non sempre consigliabili in climi aridi, dove forme come l’alberello e il cordone libero (basso) possono essere preferibili perché limitano la traspirazione.
La misura del contenuto in acqua del suolo è laboriosa (lisimetri, sensori a neutroni etc.) e, tutto sommato, poco utile ai nostri fini. La misura della tensione dell’acqua è più utile, rappresenta la forza con cui le particelle del suolo trattengono l’acqua, contrapponendosi alle forze tramite le quali i peli radicali tendono ad attrarle (per osmosi e capillarità): è un numero negativo, in quanto inverso della pressione, e si esprime con le stesse unità di misura della pressione, in genere kiloPascal. I normali tensiometri che si usano su colture erbacee ed ortive sono per lo più inutilizzabili ai fini di un’irrigazione di tipo RDI, perché il loro campo di misura riguarda tensioni troppo basse, che non si spingono oltre i -75 kPa, mentre lo strumento più usato è la resistenza a blocco di gesso, uno strumento piuttosto semplice che è in grado di operare su tensioni elevate, anche se il grado di precisione non è altissimo. I valori limiti di tensione nel suolo per l’irrigazione RDI sono dell’ordine di -100kPa in suoli leggeri e fino a -400 kPa in suoli pesanti, in climi caldi. In climi temperato-freschi sono inferiori (da Goodwin, “Irrigation of vineyards”).
La misura dello stress sulla pianta è generalmente considerata più indicativa, in quanto si tratta di misure dirette invece che indirette: per contro è anche più laboriosa e complicata. Gli strumenti più impiegati sono:
· La camera a pressione: si introduce la foglia, raccolta poco prima dell’alba, quindi nel momento di minor stress, in una camera stagna in cui si aumenta progressivamente la pressione con azoto fino a che la linfa, sospinta in senso inverso al normale, comincia a fuoriuscire dal picciolo, che rimane fuori dalla camera, e a questo stadio si misura per via indiretta sul manometro la tensione delle linfa nella foglia. Vedi articolo di Carbonneau e De Biasi.
· Il dendrometro; misura in continuo, trasferendo il dato a una centralina elettronica, il diametro del tronco, il quale, sotto stress, tende a restringersi per “spingere” la linfa verso l’alto (mi si perdoni l’espressione poco scientifica, ma sostanzialmente aderente alla realtà), con variazioni legate alle ore del giorno che vanno correttamente interpretate (si restringe nelle ore più calde).
· Il flussometro di linfa. Si applica una piastrina riscaldante ad una zona del tronco e si misura poi la velocità della linfa a valle (cioè al di sopra) che sarà inversamente proporzionale alla differenza di temperatura in due punti successivi del flusso.
Come combinare tra loro questi diversi metodi di misura? Normalmente si parte dal calcolo dellETp, e si confronta lo stress ipotetico con quello misurato in campo.
Metodi empirici di valutazione dello stress
I colleghi del “Nuovo Mondo” utilizzano spesso metodi pratici per valutare lo stress, o meglio i preavvisi dello stress, metodi certamente più imprecisi di quelli prima descritti, ma in compenso molto più veloci, e utili per ottenere qualche informazione di larga massima. La loro applicazione non richiede nessuno strumento, ma solo una certa esperienza.
Stato degli apici: se l’apice è tronco e il viticcio secco o caduto vuol dire che l’apice ha smesso di cresce già da un po’. Se siamo oltre l’invaiatura, questo è normale, anzi positivo. Se siamo all’allegagione, vuol dire che c’è stress grave, e che siamo arrivati troppo tardi. Se, chiudendo l’apice tra le dita, il viticcio supera in altezza l’ultima foglia, vuol dire che l’apice è in pieno accrescimento. Se sono allineati, vuol dire che l’accrescimento si sta fermando, e potrebbe essere l’indice di uno stress incipiente, soprattutto se la stagione è ancora precoce.
Temperatura delle foglie: si valuta al tatto, nelle ore più calde, stringendo il lembo tra la punta delle dita e il palmo. Le foglie in pieno sole devono essere alla stessa temperatura
dell’aria, mentre quelle all’ombra devono essere leggermente più fresche. Se le foglie al sole danno la sensazione di essere più calde dell’aria e quelle all’ombra non comunicano alcun refrigerio vuol dire che c’è stress in vista, anche se non ci sono ancora disseccamenti visibili. Questo metodo non ha valore scientifico (mentre quello dell’osservazione degli apici è comunque abbastanza oggettivo), tuttavia è collaudato e si può dire che funziona, con tutte le cautele del caso e la soggettività inevitabile dei sensi. Si può migliorare usando un termometro a infrarossi. Proseguendo verso la maturazione, anche la temperatura dei grappoli può essere usata per questo tipo di valutazione.
Determinazione dei volumi d’acqua, della lunghezza del turno irriguo e degli intervalli tra i turni
Si tratta degli aspetti di ordine pratico più importanti. Occorre tener presente quanto segue:
· Turni troppo brevi e volumi troppo ridotti rischiano di vanificare in parte l’irrigazione, sia perché una parte rilevante dell’acqua somministrata è persa per evaporazione, sia perché quella che migra lungo il profilo del suolo potrebbe non raggiungere le radici più profonde; molto indicativamente, conviene fornire il corrispettivo di almeno 8-10 mm di pioggia in terreni piuttosto pesanti (per un vigneto con 4000 viti/ettaro ciò corrisponde a 20-25 litri di acqua per pianta), e la metà in terreni sabbiosi (in questo caso con intervalli più ravvicinati).
· Intervalli troppo lunghi tra un turno e l’altro rischiano di mandare la pianta in stress eccessivo, con effetti in qualche caso senza ritorno (ad esempio ingiallimento e caduta delle foglie);
· Turni irrigui troppo lunghi e volumi eccessivi comportano spreco di acqua, soprattutto per drenaggio in profondità;
· Intervalli troppo ravvicinati possono ridurre troppo o annullare il deficit idrico, a scapito dell’obiettivo qualitativo. Di solito si aspettano 7-10 giorni prima di ripetere l’irrigazione.
Nel caso di impianti di sub-irrigazione (tubi sotterranei) le modalità cambiano leggermente, con turni più brevi e più frequenti, perché non c’è evaporazione superficiale, e i volumi complessivi di acqua si riducono. Anche nel caso di irrigazione a goccia su barbatelle si riducono i volumi e si ravvicinano i turni, ma, in questo caso, la richiesta di acqua complessiva potrebbe essere anche superiore a quella di un vigneto in produzione. Dipende se ci si accontenta della sopravvivenza, o se si vuole anche indurre un buono sviluppo delle giovani viti.
Per misurare quanta acqua somministrare per raggiungere le radici più profonde si può usare uno stratagemma: con terreno molto asciutto, si scava una buca leggermente più profonda della profondità che si desidera raggiungere, e si infila una “grondaia” trasversalmente alla sezione di terreno, alla profondità massima delle radici(o meglio della maggioranza di esse). Si attiva quindi un gocciolatore che vada a bagnare il suolo a fianco alla buca, al di sopra del tratto di grondaia infissa nel terreno: quando la grondaia “sgronda” vuol dire che si è raggiunta la profondità desiderata. In Australia si sono recentemente collaudati rilevatori di profondità che si presentano come paletti: quando l’acqua raggiunge un piatto sotterraneo, si alza una bandiera alla sommità del paletto, e questo è il segnale per interrompere l’irrigazione, risparmiando acqua che andrebbe sprecata.
Metodo PRD, o “radice mezza asciutta”
Una particolare applicazione dell’irrigazione a goccia studiata in Australia e in America prevede di utilizzare una doppia linea irrigua bagnando alternativamente due zone contrapposte dell’apparato radicale con bassi volumi, per favorire la produzione di acido abscissico nella parte asciutta della radice (partially root drying) e stimolare così la parziale chiusura degli stomi e altri effetti correlati con uno stress idrico, senza tuttavia interrompere l’alimentazione idrica: in pratica una sorta di “inganno” verso la pianta che dovrebbe consentire un ulteriore risparmio di acqua. Benché suggestiva sul piano teorico, i dati sperimentali più recenti non hanno confermato la validità di tale tecnica (ad un recente convegno in California 9 lavori su 10 hanno dato verdetto negativo) che quindi è ormai “caduta in disgrazia”.
Alcuni elementi per il progetto di un impianto
Dimensionamento e realizzazione dei bacini
In linea di massima l’irrigazione RDI in Italia richiede volumi di acqua che vanno dai 200 ai 1000 mc/ha per anno (corrispondenti a 20-100 mm di pioggia), con i volumi più alti in Sicilia e Sardegna, e questo è il dato da tenere presente per l’eventuale costruzione dei bacini. Occorre tenere conto di un’evaporazione complessiva dell’ordine del 20%, variabile a seconda del clima e della forma e profondità del bacino. Per la realizzazione degli stessi è sempre opportuno il progetto di un geologo. Per i bacini più piccoli è sufficiente richiedere un’autorizzazione comunale, mentre per quelli più grandi è necessaria l’autorizzazione del genio civile.
Le ali gocciolanti, tipi e posa
Per gli impianti a goccia a tubo sospeso vanno ormai per la maggiore le ali gocciolanti in PVC con ugelli preformati, a distanza e portata variabile (in genere da 1 a 2 litri all’ora per ugello). E’ bene scegliere un prodotto di buona qualità e con ugelli del tipo ad autocompensazione della pressione, per una buona distribuzione in tutti i casi, anche in pendenza. Il sistema è realizzato attraverso una membrana interna di ripartizione della pressione (vedi illustrazione). In vigneti a bassa densità si può sempre optare per i singoli gocciolatori inseriti lungo il tubo. E’ consigliabile sospendere il tubo ad un filo di ferro zincato o acciaio inox a se stante, posato al di sotto della vegetazione, anche se qualcuno utilizza lo stesso filo di banchina su cui si stende il capo a frutto o il cordone permanente. E’ anche possibile lasciare il tubo a terra (foto 2) ma la gestione con solo diserbo del sottofila diventa obbligatoria, e il rischio di danneggiamento è elevato. E’ sempre bene proteggere con un picchetto, un semitubo metallico o altra protezione il tratto di tubo che si interra in testa al filare per raggiungere la condotta di adduzione interrata. Nei vigneti a “tendone” i gocciolatori devono essere posti in prossimità delle viti e non al centro del “quadrato” come talvolta si osserva, perché in questo modo la maggior parte dell’acqua va sprecata.
Inerbimento, irrigazione e “terroir”. Gestione del deficit idrico in vigneti “asciutti”
Lo studio degli effetti del deficit idrico aiuta a comprendere alcune nozioni che tornano utili ad una visione generale della viticoltura, compresa la gestione di vigneti non irrigui. Proviamo a enuclearli per sommi capi:
· Il “terroir”. I migliori territori viticoli della tradizione europea sono, sostanzialmente, territori in cui, al di là di altre caratteristiche pedo-climatiche, si determina naturalmente un deficit idrico moderato dalla chiusura del grappolo in poi, grazie ad un buon drenaggio del suolo e ad una moderata piovosità estiva, o di una combinazione tra i due fattori (ad esempio a Bordeaux piove più che nel Chianti, ma i terreni drenano meglio, e gli effetti sullo stato idrico della pianta sono simili). La viticoltura del Nuovo Mondo, attraverso tecniche come la RDI, non ha fatto altro che cercare di ricreare condizioni analoghe. In molte zone d’Europa, e d’Italia, la natura provvede da sola ad un bilancio idrico ottimale per la qualità: tuttavia i mutamenti del clima in atto, l’esigenza di ridurre l’incidenza di annate negative, i rischi elevati di stress e mortalità sulle viti giovani dopo l’impianto sono tutti fattori che portano a considerare con più favore che in passato l’adozione dell’irrigazione a goccia, non solo nel Sud, ma anche al Centro e nel Nord Italia, sebbene non tutte le annate ne consiglino poi l’impiego in un’ottica di qualità.
· L’inerbimento. Come abbiamo visto un’eccessiva disponibilità di acqua è negativa anche nelle prime fasi vegetative, perché conduce ad un eccesso di vigore, causa di ombreggiamento della chioma e dei grappoli, e di eccessiva dimensione degli acini. Anche per questo l’inerbimento dell’interfila, permanente o temporaneo, può giocare un ruolo importante di regolazione, e va quindi visto con un certo favore in molte situazioni. La combinazione tra inerbimento dell’interfila e irrigazione a goccia nel sottofila sembra essere, in definitiva, quella che meglio consente di controllare in ogni fase l’equilibrio della pianta.
Maurizio Gily
agronomo, consulente vitivinicolo
info@gily.it