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IL VINO SOSTENIBILE
Lavorazioni del terreno, perché e come

Non mi soffermerò in questo articolo a descrivere le innumerevoli macchine che oggi la tecnica mette a disposizione per la lavorazione del terreno, ma tenterò di riepilogare alcuni principi. Capita di vedere lavorazioni fatte male, nelle stagioni sbagliate e con tecniche pericolose per la “sostenibilità”, quindi capaci di compromettere nel lungo periodo (ma spesso anche nel breve) la salute della pianta e la qualità del prodotto. Credo che ciò avvenga per mancanza di riflessione, come se quella cosa venisse fatta semplicemente perché “va fatta” o “si è sempre fatta”, dimenticandosi magari che un tempo si faceva a mano o con il cavallo, e non con trattori da molte tonnellate, e gli effetti sul suolo erano ben diversi. Bisogna sempre chiedersi quali sono gli obiettivi di una lavorazione, e soprattutto ricordare, come più volte qui è stato scritto, che il suolo è un complesso, e delicato, ecosistema vivente. Le principali conseguenze di una lavorazione del suolo sono:

·     la riduzione della competizione della flora spontanea con la vite, per l’acqua e gli elementi nutritivi. E’ il motivo principale per cui le lavorazioni si fanno. Talvolta anche con un obiettivo puramente “estetico”: una volta chiesi ad un viticoltore, che a mio avviso stava lavorando in un momento sbagliato, che fastidio gli dava l’erba, e mi rispose con grande sincerità: “Non la posso vedere”. Sennonché la viticoltura non è una sfilata di moda e deve dare un reddito, richiede quindi un approccio più razionale, ed indipendente dai commenti dei vicini. E quelle che chiamiamo infestanti sono anche, soprattutto in alcune stagioni, regolatrici del vigore della pianta, che possono essere usate per migliorare la qualità dell’uva, e, in tutte le stagioni, una fonte preziosa di sostanza organica.

·     La mineralizzazione degli elementi nutritivi, in particolare dell’azoto, che quindi a seguito di una lavorazione diventa più disponibile per la pianta, inducendo un incremento di vigore vegetativo.

·     La perdita di sostanza organica. Questo soprattutto nelle lavorazioni estive, perché le alte temperature favoriscono l’ossidazione dei composti del carbonio, liberando elementi nutritivi minerali ma anche impoverendo il suolo di preziosi colloidi umici, e uccidono buona parte dei microrganismi del terreno esponendoli al sole;

·     La modifica della struttura del suolo, della sua compattezza e della sua capacità di trattenere l’acqua, in alcuni casi migliorandola, almeno nell’immediato, in altri (ad esempio quando si lavora un terreno argilloso umido) peggiorandola.

 Presupponendo quindi di avere scelto una gestione del suolo che preveda periodiche lavorazioni, occorre sempre provvedere al periodico reintegro della sostanza organica (sotto forma di letame o attraverso altra forma come sovescio e “cover crop”, cioè colture stagionali), e tener presente il rapporto con il clima della stagione e la fase della pianta.

Lavorazioni autunnali
L’autunno, dopo la vendemmia, è l’unica stagione in cui, di norma, può essere consigliabile una lavorazione profonda fino a 15-18 centimetri. Oltre questa profondità non è quasi mai il caso di andare, salvo ovviamente lo scasso pre-impianto. Occorre usare attrezzi che sminuzzano poco il terreno per creare una buona riserva d’acqua nella macroporosità del suolo ed offrire minor presa all’erosione. Ad esempio aratro, ripuntatore, vangatrice. Il problema di questi attrezzi è che lasciano il terreno irregolare e di solito è necessario ripassare con un altro attrezzo per una finitura superficiale. Tuttavia, se il terreno è lavorato in tempera, con un buon attrezzo dotato di un rullo a gabbia posteriore o altre soluzioni finalizzate a regolarizzare la superficie questo secondo passaggio può essere evitato. La trinciatura dei sarmenti di potatura può essere problematica su un terreno arato o comunque lavorato in profondità. Una lavorazione a filari alterni e ad anni alterni, con posa dei sarmenti e successiva trinciatura sul filare non lavorato, può essere una buona soluzione. La lavorazione post-vendemmia non sempre è possibile, dipende dalle precipitazioni.

 

Lavorazioni primaverili
Vanno bene nel sottofila (interceppi), ma in linea di massima sono da evitare nell’interfila. Le possibili abbondanti piogge primaverili creano erosione, rendono difficile l’accesso al vigneto dopo la pioggia, cioè proprio quando bisogna fare i trattamenti antiperonosporici; inoltre eliminando la competizione della flora spontanea e promuovendo la mineralizzazione dell’azoto le lavorazioni favoriscono un incremento del vigore vegetativo della vite, che in questa fase è bene che sia invece limitato, per avere chiome più aperte e luminose e acini più piccoli, cioè, a fine stagione, migliore qualità e sanità del prodotto. Confrontando una porzione di  vigneto lavorato in primavera con uno non lavorato la differenza è spesso evidente, già nell’intensità del verde della chioma. Siccome la vite non è il mais, un vigneto destinato ad una produzione di qualità ha foglie verde chiaro e non troppo grandi, ed uno sviluppo contenuto di “doppi” e di femminelle... situazione più probabile in un vigneto non lavorato. Esistono però due casi in cui le lavorazioni primaverili sono consigliabili:

  1. primavera fredda, con ritardo vegetativo. Il suolo lavorato si riscalda più rapidamente. Le lavorazioni riducono anche il rischio di brinate, questo però è un concetto che si applica più alla lavorazione del sottofila che dell’interfila. Nelle zone ed annate a rischio brina conviene, sempre che le condizioni lo permettano, lasciare inerbito il suolo per ritardare il germogliamento e lavorarlo in fase di gemma cotonosa o punte verdi.
  2. primavera siccitosa. Quando la vite rischia di andare in stress idrico già in fase di fioritura una lavorazione superficiale riduce lo stress ed il rischio di forti perdite produttive. Tale eventualità è però molto rara nel Sud Italia, ed a maggior ragione al Nord. 

 Lavorazioni estive
Il momento migliore per lavorare l’interfila del vigneto in estate è intorno alla chiusura del grappolo (fine giugno). Le lavorazioni primaverili ed estive devono essere sempre superficiali (5-8 cm). Anche qui è possibile e spesso consigliabile lavorare a filari alterni. E’ meglio non lavorare prima, per i motivi sopra citati. Se il terreno è molto asciutto è meglio attendere i postumi di un temporale, che lo renda più soffice creando meno polvere (a proposito, l’impolveramento della vegetazione favorisce anche la proliferazione di ragno rosso). Ed è meglio non lavorare il suolo in stagione avanzata, oltre metà luglio, perché è opportuno che all’epoca della maturazione e della vendemmia, soprattutto in terreni argillosi, la flora spontanea abbia ripreso un certo vigore all’interno del filare esercitando nuovamente un poco di competizione con la vite per l’acqua in caso di pioggia. Questo riduce infatti il rischio di attacchi botritici, ed il rischio di ripresa vegetativa, che significa blocco della maturazione. Inoltre, non ultimo, migliora la percorribilità del filare anche a seguito di piogge, ciò che é assolutamente indispensabile in caso di vendemmia a macchina ma assai utile anche in caso di vendemmia manuale.
 

In conclusione, fermo restando che in terreni che lo consentono o in presenza di irrigazione l’inerbimento permanente è un’ottima alternativa alla lavorazione, negli altri casi è consigliabile lavorare l’interfila (cioè lo spazio tra i filari) in due momenti dell’anno: post-vendemmia ed inizio estate, o in uno solo dei due periodi, escludendone ogni altro, salvo particolari andamenti stagionali che possono modificare questo schema. Nelle stagioni intermedie una gestione delle infestanti tramite trinciatura o sfalcio, ove necessaria per contenerne l’eccessivo sviluppo, costituisce la migliore soluzione. A proposito: la trinciatura va fatta a tre dita di altezza dal suolo, non “raschiando la terra” come purtroppo si vede spesso fare, creando danni al suolo, usurando inutilmente gli attrezzi e consumando molti litri di gasolio più del necessario, di solito per la già citata preoccupazione “estetica”.