Le fermentazioni spontanee in vinificazione

Jim Manning, Università della California, Davis
Maurizio Gily

 

 
  Jim
L’antica pratica della fermentazione del vino attraverso l’attività dei lieviti naturalmente presenti, nota come fermentazione spontanea, è largamente diffusa in Italia e in Europa. Molti enologi pensano che la fermentazione spontanea consenta di produrre un vino rosso di maggiore complessità e qualità rispetto ad una fermentazione condotta con lieviti selezionati. Per contro, altri pensano che l’uso di fermenti selezionati consenta di evitare potenziali effetti indesiderabili e quindi fornisca garanzie di migliore qualità del vino.
Pasteur osservò già nel 1876 che “il gusto e le proprietà di un vino dipendono in larga misura dalla natura dei lieviti operanti in fermentazione”. Poco più tardi Müller Thurgau ottenne colture di lieviti selezionati, di cui raccomandava l’uso per la produzione di vini di qualità.
Da allora il tema fermentazione con o senza lieviti selezionati ha sollevato numerose discussioni, e tuttora non è così chiaro chi abbia ragione. Ovviamente vini eccellenti come mediocri possono essere prodotti in entrambe le maniere. La valutazione di quei fattori che, nei due tipi di fermentazione, contribuiscono all’aroma e alla qualità del vino è un a delle più avvincenti sfide dell’enologia sperimentale.
La fermentazione spontanea è un processo che avviene in due stadi, legati a distinte classi di lieviti. La prima fase vede l’attività dei lieviti arrivati dal vigneto in cantina sulla superficie delle uve vendemmiate. La fermentazione dovuta a questi lieviti nati sulle uve è una fase transitoria, che dura alcuni giorni, ma è considerata da molti enologi importante per la sintesi e il rilascio da parte dei lieviti di importanti componenti sensoriali. Mentre procede il primo stadio fermentativo una seconda fermentazione, condotta dai lieviti vinari propriamente detti, prende progressivamente il sopravvento sulla fermentazione da “lieviti dell’uva”. In circostanze normali la fermentazione dei lieviti vinaria, cioè la vera e propria fermentazione alcolica, continua finché praticamente tutti gli zuccheri non sono trasformati.
Uno sguardo più ravvicinato alla fermentazione iniziale ci mostra che essa è dovuta all’azione di numerosi e differenti generi e specie di lieviti dell’uva, sostanzialmente compresi nel gruppo dei lieviti apiculati. Durante i primi giorni di fermentazione questi apiculati non producono granché di alcool, ma sintetizzano un ampio spettro di sostanze che influenzano i profumi ed anche il gusto del vino. Alcuni di questi composti sensorialmente attivi rilasciati includono importanti esteri, alcoli superiori, acidi organici etc., e la cosa importante è che alcuni di essi sono prodotti in quantità notevolmente superiori rispetto a quelle prodotte dai lieviti vinari durante la seconda fase della fermentazione. Per esempio, è nei primi quattro giorni di fermentazione, ad opera degli apiculati, che si raggiungono concentrazioni di alcuni esteri responsabili per aromi di frutta oltre la soglia di percezione. Altri componenti sensoriali come alcoli superiori e acidi organici sono ugualmente prodotti, e, ove in eccesso, sono sfavorevoli alla qualità del vino. Il rapporto tra esteri fruttati e alcoli superiori può essere usato come indice della qualità aromatica della fermentazione.
Il secondo stadio della fermentazione spontanea, sviluppato dai lieviti vinari, è riferito alla fermentazione alcolica. Inizialmente presenti a concentrazioni molto basse, questi lieviti si moltiplicano rapidamente e nell’arco di alcuni giorni producono sufficiente alcool per paralizzare l’attività degli apiculati, che sono poco tolleranti ad esso. Questo periodo rappresenta la transizione tra la fermentazione ad opera dei lieviti dell’uva (apiculati) e quella ad opera dei lieviti vinari (Saccharomyces cerevisiae), e, insieme, una soluzione di continuità nel tipo di sintesi di componenti aromatici.
Curiosamente, l’origine dei lieviti vinari nelle fermentazioni spontanee non è stata ben compresa fino a tempi recenti. Ispezioni accurate sulla superficie delle uve alla vendemmia hanno dimostrato l’assenza, o la presenza ridottissima, di lieviti di questo tipo. Tuttavia oggi si sa che questi lieviti vinari abitano le cantine, e abbondano sulle superfici della vasche, delle macchine per la pigiatura, pompe, tubi etc. dove residuano dall’anno precedente. Come per gli apiculati, anche i lieviti vinari trovati nelle cantine mostrano grande variabilità, ma sono tutti ceppi della stessa specie, il Saccharomyces cerevisiae, o di Saccharomyces bayanus che ne costituisce forse una varietà mutante.

Maurizio
I microbiologi cambiano idea periodicamente sulla questione se il bayanus sia una specie distinta o una sottovarietà del cerevisiae: è un tipico tormentone accademico, di scarso interesse, mi rendo conto, per i lettori, legato ad un’ossessione umana teoricamente stupida, ma praticamente necessaria: classificare la natura

Jim
Quindi in ogni cantina una popolazione mista di lieviti vinari è in grado di autoinocularsi nel mosto. Tutte le cantine, anche le più pulite, sono abitatre da numerosi ceppi di questi lieviti vinari. Crescita e capacità fermentativa di questi ceppi diversi variano durante la fermentazione in funzione delle condizioni ambientali. Ad esempio un certo ceppo può dominare quando c’è prevalenza di glucosio ed essere poi soppiantao a fine fermentazione da un Saccharomyces bayanus, quando il glucosio è consumato e il fruttosio è prevalente. Quindi selezione e adattamento all’ambiente determinano l’attività dei lieviti diversi nella fermentazione spontanea. Inoltre esiste una variabilità nel tempo delle popolazioni di lieviti residenti in cantina. Infatti popolazioni di lieviti “nuovi” possono soppiantare quelle esistenti secondo modalità e tempi del tutto imprevedibili. Si presume che tali nuovi ceppi possano arrivare da altre cantine, ma il processo preciso è sconosciuto. Questo fatto non fa che aumentare la difficoltà di valutare i vini prodotti da fermentazioni spontanee. I composti aromatici rilasciati durante la seconda fase fermentativa sono in buona sostanza gli stessi della prima, ma varia la concentrazione. La scansione temporale del rilascio di questi composti durante la fermentazione è regolata da fattori nutrizionali e fisici del mosto.
Del rapporto tra esteri ed alcoli superiori come indice di qualità della fermentazione si è già detto: esperienze sperimentali hanno dimostrato come tale rapporto sia ottimale quando il passaggio dalla prima alla seconda fase di una fermentazione spontanea si colloca intornoal quarto giorno di fermentazione.
Pertanto il tempo nel quale i lieviti vinari diventano dominanti, la rapidità e il vigore della fermentazione, i livelli di espressione dei composti volatili sembrano determinare la qualità ultima del vino. In una fermentazione spontanea tali fattori, come le popolazioni di lieviti apiculati, sono fuori del controllo dell’enologo.

Maurizio
Un aspetto su cui l’amico Jim sorvola è la proprietà degli apiculati di produrre acido acetico in dosi preoccupanti. In verità su questo argomento ci sono pareri controversi, ed evidentemente Jim è schierato tra chi non ritiene questo un punto critico degno di particolare attenzione. Di parere opposto è il “nostro” Carlo Zambonelli, autore di un eccellente testo di microbiologia enologica, e altri microbiologi italiani (bisogna dire che in questa disciplina l’Italia gode ancora di fama e rispetto a livello mondiale), non altrettanto tenero verso il ruolo degli “apiculati” nella fermentazione.

Jim
Come si è visto il consiglio di usare lieviti selezionati per assicurare una rapida, vigorosa e completa fermentazione risale al 1898, da parte di Muller Thurgau. Negli ultimi 60 anni questo metodo è stato preferito dagli enologi del Nuovo Mondo per la preoccupazione di ottenere fermentazioni rapide, “pulite” e complete. Il metodo è di certo meno rischioso.

Maurizio
In verità ultimamente ho constatato un’attenzione molto alta, o addirittura un’adozione diffusa, verso le fermentazioni spontanee, anche da parte di wine-makers californiani molto noti come Helen Turley e il mio amico Steve Clifton. Non é la prima volta che osservo come la cosiddetta “globalizzazione” abbia il suo rovescio nell’imitazione di alcune tradizioni europee molto antiche, e in parte abbandonate nella stessa Europa, da parte di cantine del “Nuovo Mondo”.
Rispetto al rischio di arresti fermentativi, che fa orientare molti enologi verso l’uso di lieviti selezionati, c’è da dire che, se è vero che esistono ceppi commerciali con grande vigore fermentativo e alta resistenza all’alcool, è altrettanto vero che nelle zone viticole d’Europa dove tradizionalmente si fanno vini molto alcolici, in particolare passiti, la natura ha selezionato ceppi con potere alcoligeno impressionante, in grado di svolgere fino a 18 gradi di alcol. Questo è verificato, per esempio, nel Tokaji (dove alcuni produttori di lieviti hanno isolato ceppi da riprodurre industrialmente) e a Pantelleria.

Jim
Oggi sono centinaia i ceppi di lieviti selezionati per l’enologia e commercialmente disponibili. Il protocollo di inoculo dei lieviti secchi nel mosto mira ad ottenere subito un’elevata concentrazione di cellule viventi nel mezzo, equivalente a quella che, in una fermentazione spontanea, si otterrebbe dopo il terzo o quarto giorno.
L’obiettivo è reprimere l’attività fermentativa e lo sviluppo dei lieviti apiculati. Molti enologi ritengono che, in questo modo, sia più facile ottenere vini senza difetti di odore. Per contro l’aggiunta di lieviti vinari ad alta concentrazione al giorno 0 può portare alla produzione di elevati livelli di alcoli superiori con pregiudizio alla qualità finale del vino.
Un altro aspetto che intorbida le acque, o meglio i mosti, è che non di rado lieviti residenti fortemente adattati alle condizioni locali diventino dominanti malgrado un forte inoculo di altri lieviti selezionati. Questo spiega risultati discordanti che i produttori a volte riscontrano, e che possono derivare dall’attività di lieviti differenti tra annate o tra vasche, quando il produttore pensa che siano gli stessi. C’è poi l’aspetto delle mutazioni, assai frequenti in questi organismi e non facili da diagnosticare neppure a livello di laboratorio.
Un approccio nuovo piuttosto interessante è quello di sfruttare la flora spontanea per la prima fase della fermentazione, aggiungendo poi l’inoculo di lieviti selezionati al quarto giorno. Benché questa tecnica abbia prodotto alcuni risultati positivi, non è facile quantificare il contributo degli apiculati al profilo del vino finito.
Infine esiste un problema di valutazione della durata nel tempo del profilo sensoriale di un vino a fine fermentazione. Quanto tempo dopo la fermentazione il vino viene valutato per queste componenti, e come viene valutato. Ad esempio le analisi di laboratorio rivelano differenze negli esteri aromatici nei vini ottenuti con i due metodi durante e subito dopo la fermentazione.
Anche l’analisi sensoriale da parte di un panel di giudici addestrato rivela differenze nei profumi, ma sia nel primo caso (analisi chimica) che nel secondo (analisi sensoriale). Ma le differenze tendono a stemperarsi notevolmente fino a diventare di difficile individuazione man mano che il vino matura.
Quindi la conclusione è che non c’è una conclusione. Le fermentazioni spontanee portano a vini migliori e più complessi? A volte. Il vino prodotto da lieviti selezionati è migliore e meno segnato da difetti? A volte.

Maurizio
Ricapitoliamo? Nell’uso dei lieviti selezionati in enologia c’è stata una prima fase in cui l’obiettivo era soprattutto quello di ridurre i rischi di fermentazioni deviate, difetti come lo spunto acetico, e arresti fermentativi. Non trascurerei (e questo vale per tanti prodotti e additivi enologici, e persino per alcune macchine e impianti) l’interesse commerciale di chi produce questi prodotti ausiliari ed è molto abile, tramite la comunicazione e le pubbliche relazioni, a far nascere bisogni più fittizi che reali, ma qui il discorso diventerebbe lungo.
Come scrive Jim il mosto fresco è habitat ottimale per tantissimi microrganismi, e molti di loro sono più dannosi che utili per la qualità del vino: in particolare i batteri lattici e acetici (ma, secondo altri microbiologi, anche gli apiculati). Non dimentichiamo l’ammonimento di Ribereau Gayon: il prodotto naturale della trasformazione dell’uva è l’aceto, il vino è un prodotto intermedio. L’impiego di ceppi selezionati di lieviti vinari ad alto dosaggio riduce fortemente questi rischi ma può comportarne altri (bassa produzione di esteri fruttati e alta produzione di alcoli superiori). La fermentazione spontanea, con uve sane e di ottima qualità, e con un’attenzione moltiplicata, può essere un’alternativa, stimolante e non priva di rischi, all’inoculo di ceppi selezionati.
Nella seconda fase la microbiologia enologica ha cercato di selezionare caratteri di particolare interesse tecnologico, capaci di influenzare la qualità del vino sotto vari aspetti: profilo aromatico, intensità del colore, velocità di sedimentazione e altro. I lieviti cosiddetti “aromatici” vantano la capacità di liberare determinati composti aromatici in misura particolarmente alta: ma, come noto, gli aromi fermentativi sono poco stabili nel vino, quindi le differenze, che possono sembrare elevate a fine fermentazione, con il tempo si stemperano notevolmente. Inoltre proprio questi lieviti sono considerati da una parte della critica tra i responsabili della “omologazione” dei vini, nonché del noto “effetto enologo” che porterebbe alcuni consulenti ad affezionarsi ad alcuni ceppi di lievito (ma anche ad alcuni tipi di barriques, di enzimi e persino ad alcuni vitigni) imprimendo un’impronta comune a tutti vini delle diverse aziende seguite. Fortunatamente non vale per tutti gli enologi, ed anzi, absit iniuria verbis, non vale per quelli bravi.
Alcuni produttori che adottano la fermentazione spontanea amano parlare di “lievito della cantina” o di “lievito del cru”, ovviamente rigorosamente autoctono e “diverso”. Parole assai suggestive, ma ahimè, pare, prive di fondamento scientifico. Come spiegato da Mannning, ed anche da un recente studio svolto in Francia e pubblicato sulla “Revue des Oenologues”, la vera caratteristica distintiva delle fermentazioni spontanee è una specie di legge del caos: grande varietà di microrganismi che intervengono, per ridursi progressivamente man mano che le condizioni del mezzo divengono più selettive; grande variabilità, nella formazione di questo cocktail, tra un’annata e l’altra; presenza, tra gli altri, di ceppi già classificati e riprodotti industrialmente. Di questa grande confusione non dobbiamo spaventarci, ma anzi ravvisare in essa i segni della biodiversità e della bellezza della natura. Ed è verosimile che proprio tale confusione sia alla base di quella superiore complessità e particolarità dei vini ottenuti da fermentazione spontanea che molti affermano di riscontrare. Le recenti tecniche del cocktail di ceppi o della fermentazione “mezza spontanea” altro non sono, quindi, che tentativi di imitazione della natura. Dobbiamo concludere che la terza fase della microbiologia enologica sarà quella di fare un passo indietro? Almeno un mezzo passo, forse sì. Del resto ormai sappiamo che quella dell’enologia è una storia “circolare”.
 

 
 

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