![]()
© E' vietata la riproduzione in qualunque forma senza il consenso dell'autore
torna alla lista articoli - Home page - Periodico MilleVigne - Link
|
Il viticulturist australiano Maurizio Gily intervista Peter Hayes Slowine, n.43, ottobre 2003 (immagini non disponibili)
|
La parola “viticulturist” non ha una traduzione propria nella lingua italiana, ma neppure in quella francese e spagnola. Occorre ricorrere ad una perifrasi, come “tecnico di vigneto” o “agronomo esperto di viticoltura”. E questa lacuna non è, sicuramente, casuale. Infatti nei paesi di tradizione viticola del vecchio mondo il viticoltore è depositario di un vasto sapere legato all’esperienza e alla tradizione orale, che, almeno in un passato abbastanza recente, si supponeva avere poca necessità di apporti informativi dall’esterno, e comunque non tali da richiedere una figura professionale specifica: al contrario della figura dell’enologo che si è ormai affermata da decenni. Nei paesi del Nuovo Mondo, invece, la viticoltura è molto meno guidata dalla tradizione e dall’esperienza, e molto più dalla scienza e dalla tecnica. Si potrebbe quindi supporre che, in tale contesto, il “viticulturist” non sia meno importante del “wine-maker”: ma, come vedremo, non è proprio così.
Peter Hayes è responsabile vigneti della “Southcorp”, la più grande casa vinicola australiana. I numeri di questa compagnia sono impressionanti: 50% dell’export di vino australiano, con diversi marchi: Rosemount, Penfolds, Lindemans, Wynns; un terzo del mercato interno; 9.000 ettari di vigneti, facenti capo a 32 proprietà sparse per tutto il continente; altre proprietà nel Sud della Francia e in California; un migliaio di fornitori agricoli indipendenti, da cui Southcorp acquista oltre 200.000 tonnellate all’anno di uve, che si aggiungono alle 80.000 circa provenienti dai vigneti propri; 12 grandi cantine di vinificazione lungo una linea di 7000 chilometri, che dalla Hunter Valley arriva fino al West.
Il compito di Peter è quello di dirigere il sistema di “assicurazione di qualità” di questo impressionante potenziale produttivo fino alla consegna delle uve in cantina. I vini della Southcorp abbracciano diversi segmenti di mercato, dal medio al “top wine”. I vigneti di proprietà sono per lo più destinati al segmento alto. “In effetti” commenta Peter “per un’industria piantare e gestire vigneti rappresenta un costo elevato, si giustifica solo per produzioni di alto valore aggiunto: in caso contrario risulta spesso più conveniente comprare le uve”.
La resa media dei vigneti di proprietà è intorno alle 9 tonnellate ad ettaro, che scendono a 40-45 per i “superCabernet” del Coonawarra e anche meno per alcuni vigneti di Shiraz a Barossa e a McLaren Vale, tra cui quelli destinati al “Grange”, marchio Penfolds, il più famoso vino australiano, un vero mostro di concentrazione.
Peter mi ha caricato sul
suo fuoristrada un mattino di fine estate ad Adelaide, di buon ora, e mi ha
scarrozzato al suo seguito per un’intera giornata di lavoro tra i vigneti di
McLaren Vale e quelli di Langhorn Creek. Per quanto ho potuto osservare non si
limita mai a riunioni a tavolino con i vari responsabili locali, le camminate
nel vigneto fanno sempre parte della visita. A Rosemount abbiamo verificato in
campo i dati forniti dal satellite sul vigore vegetativo, in funzione della
programmazione dell’irrigazione. Per inciso, funziona. A Langhorn Creek,
cappellone in testa e forbicioni alla mano, ha spiegato al capo operaio come
fare il diradamento dei grappoli (al 50% sul Petit Verdot) e la cimatura (solo
sul lato est, vigneto allevato a cordone libero).
L’intervista prende spunto dal background di Peter, che è stato manager di
programmi di ricerca federali prima di passare alle dipendenze di Rosemount e,
dopo l’acquisizione della proprietà e del marchio, di Southcorp.
La ricerca, il
ruolo dei privati
Il sistema pubblico-privato di finanziamento della ricerca che avete in
Australia è oggetto di notevoli riflessioni in Europa, dove l’intervento dei
privati è ancora modesto. Come funzionano i prelievi parafiscali alle aziende?
“I produttori pagano 2 dollari per tonnellata di uva , che vengono
trattenuti dalle industrie e versati all’agenzia delle entrate del governo
federale; a questo i trasformatori aggiungono 3 dollari per tonnellata di uva
che viene trasformata in vino (sono esentate le uve destinate ad altre
produzioni, come succhi e concentrati). Il collettore finale di questi fondi è
il GWRDC (Grape and Wine Research and Development Corporation), che decide come
assegnare i fondi ai diversi programmi di ricerca che le diverse istituzioni
pubbliche, private e miste presentano: il governo federale contribuisce al
co-finanziamento con una somma che risulta comunque inferiore al prelievo
parafiscale. Nel biennio 2000-2001 il GWRDC ha avuto a disposizione 5,1 milioni
di dollari dal governo federale e 6,2 milioni di entrate dai prelievi sulla
produzione. Questo ente ha un grande potere discrezionale che è fortemente
influenzato dalle richieste del settore privato”.
Il rapporto con i
viticoltori
Ho avvertito, in Australia, un rapporto più stretto, meno mediato, tra
l’enologo e il viticoltore, di quanto non avvenga in Italia. Gli enologi sono
molto precisi nel fissare le specifiche di qualità delle uve, poco rassegnati
alla casualità, e ad accettare prodotti non conformi alle attese. Ma in effetti
le variabili sono molte, come riuscite a ridurle, per arrivare il più possibile
vicini agli obiettivi prefissati, considerata anche la dimensione produttiva?
“Il primo passo è quello di determinare, appunto, i parametri qualitativi di
riferimento, che variano in base alla regione, alle aspettative che abbiamo da
quei vigneti, in relazione alla bottiglia che vogliamo commercializzare e al suo
valore di mercato. Questo metodo si può spingere in alcuni casi anche fino al
singolo viticoltore. Fatto questo, non ci limitiamo a farci vivi all’epoca della
vendemmia: siamo al fianco del viticoltore durante tutto il ciclo produttivo, da
quando comincia a potare. Però noi non diciamo veramente ai viticoltori “cosa”
fare: il metodo è piuttosto quello di fornire loro gli strumenti di formazione e
di consulenza tecnica per arrivarci da soli. Li coinvolgiamo attraverso sessioni
di degustazione in cui spieghiamo qual è il “vino obiettivo” e discutiamo con
loro le caratteristiche che devono avere le uve, e come fare per ottenerle,
cerchiamo anche di fare tesoro delle loro opinioni e delle loro esperienze.
Organizziamo corsi di formazione e visite di studio. Chiediamo loro di
registrare le operazioni, i trattamenti etc. per avere una “storia” del vigneto
attraverso cui poter risalire alle cause di eventuali problemi qualora questi si
verificassero. Ci aiuta il fatto che i viticoltori australiani hanno in genere
un buon livello di istruzione e sono abbastanza recettivi verso i consigli
tecnici, anche se meno di quanto pensi tu! In ogni caso tra noi e loro c’è una
relazione decisamente interattiva, da cui entrambi dobbiamo ricavare il massimo
profitto. Cerchiamo di estendere i punti di contatto. Questo comporta grandi
sforzi economici ed organizzativi.”
L’irrigazione, strumento
per la qualità
In Europa vige una sorta di pregiudizio verso l’irrigazione in vigneto,
considerata sostanzialmente un mezzo per forzare il raccolto in senso
quantitativo, ed utilizzata, in effetti, per questo scopo nella maggioranza dei
casi. Gli Australiani sono notoriamente esperti nel “water management”
finalizzato, invece, a ottimizzare la qualità. Come si può riassumere in poche
parole questa filosofia di gestione dell’irrigazione?
“In effetti l’irrigazione si può utilizzare con l’intento di aumentare la
dimensione dell’acino, e in generale di aumentare in modo considerevole il
potenziale produttivo. E’ vero, si può usare l’irrigazione per produrre
uve-spazzatura, e questo si fa anche in alcune zone dell’Australia, e non solo
dell’Europa. La gestione accorta dell’acqua parte dal potenziale idrico dei
suoli. Bisogna conoscere bene il sito. Benché la vite abbia una buona resistenza
alla siccità, in Australia è frequente il caso in cui le piogge siano
insufficienti a compensare le perdite per evaporazione e per il consumo della
pianta (in molte aree viticole australiane la piovosità annua è inferiore a
500 mm, e concentrata nel periodo invernale, Ndr). Questo accade a maggior
ragione dove i suoli sono superficiali, con un modesto strato attivo.
Contrariamente a quanto avviene in Europa, la vite può andare in stress già
all’epoca della fioritura o poco dopo. Nel periodo che va dall’allegagione alla
chiusura del grappolo la disponibilità di acqua influisce sul numero di
internodi, sulla dimensione delle foglie, e sulla dimensione finale dell’acino:
non è conveniente per la qualità che nessuno di questi parametri vada fuori
controllo. In seguito un moderato stress idrico è utile ad assicurare una buona
maturazione, quindi l’irrigazione non deve eliminare lo stress, ma solo ridurlo.
Attraverso la gestione dell’acqua cerchiamo di ottenere un ottimale rapporto
foglie/ grappoli e un ottimale dimensione degli acini. A volte apportare
l’equivalente di 50 millimetri di pioggia o persino 25 mm può essere
sufficiente per tutta la stagione, frazionando la distribuzione in alcuni
momenti chiave, anche in climi aridi come quelli del Sud Australia. Bisogna
tener conto anche del fatto che di acqua ce ne è poca, quindi dobbiamo
economizzarla. A questo fine un’applicazione recente è quella della cosiddetta
irrigazione a radice mezza asciutta (PRDI), che consiste nel sistemare due
gocciolatori per vite, uno per parte, e farli lavorare alternativamente in
occasione di ciascun turno di irrigazione per stimolare il rinnovo delle
radici.”
L’illuminazione dei
grappoli
In genere si considera che la “scuola” australiana veda con favore la
penetrazione della luce all’interno della chioma,. “Sunlight into wine” di
Richard Smart è da noi considerato una sorta di manifesto della viticoltura del
Nuovo Mondo. Per quanto riguarda l’esposizione al sole dei frutti ci sono però
diversi interrogativi su come questa influisca sulla maturazione e sulla
qualità. Ci sono differenze tra bianchi e rossi, e differenze tra i vitigni, in
merito all’opportunità di tale esposizione, e quindi di pratiche come cimatura e
sfogliatura?
“Io penso che in Australia in molti casi si esageri con l’illuminazione dei
grappoli. In genere è bene che i grappoli prendano luce, ma non troppa luce
diretta e non la luce delle ore più calde. Per i bianchi, in clima caldo,
consideriamo ottimale un’illuminazione diretta, nelle ore centrali del giorno,
non superiore al 20%. Si tratta di evitare un’eccessivo riscaldamento dell’acino
che provocherebbe ustioni ma anche problemi tecnologici tra cui la caduta
dell’acidità. I rossi resistono meglio sotto questo profilo, ma anche con i
rossi non è bene esagerare. Grenache, Syrah, e in particolare Merlot sono
sensibili alle ustioni, e comunque temperature eccessive all’interno dell’acino
non favoriscono un’ottimale sviluppo dei precursori aromatici.”
Impianti fitti e
qualità: 2000 viti/ettaro per il Grange
In Europa, o almeno in Italia e in Francia, vige una sorta di dogma
secondo cui la qualità del prodotto cresce sempre all’aumento della densità di
impianto. Parlo di dogma perché, forse è una lacuna mia, non ho mai letto un
solo lavoro in cui questo principio sia stato dimostrato con rigore
metodologico, almeno in climi caldi o temperato-caldi quali quelli italiani.
Ciò non toglie che anche io considerassi, prima di venire in Australia, una
bassa densità di impianto incompatibile con elevati livelli qualitativi. Ma ora
ho visto che i vigneti candidati a “top wine” come il Grange, che è una specie
di paradigma della “concentrazione”, hanno meno di 2500 viti per ettaro. Qual è
allora la verità?
“Penso che sia un argomento interessante. Anche in Australia e in altre
regioni del Nuovo Mondo abbiamo assertori di questo “dogma”. L’ottimizzazione
della qualità è legata, tra i vari, numerosi fattori, all’estensione del sistema
radicale, e all’estensione della canopy (con questo termine, ormai
usato anche in Italia, si intende la “chioma” in senso lato, quindi anche le
parti legnose e i frutti NdR). L’obiettivo che dobbiamo porci è quello che
ogni singola vite sia in equilibrio, quindi che vi sia un corretto rapporto tra
sviluppo vegetativo (di foglie e di “legno”) e fruttificazione, che non vi sia
lussureggiamento tardivo, che non vi sia ombreggiamento reciproco. Sotto questo
aspetto la densità di impianto va modulata in relazione all’ambiente: clima e
suolo. Non si può calare dall’alto un modello buono per tutti gli ambienti,
perché la vite raggiunge l’equilibrio, in ambienti diversi, con densità diverse.
In molti suoli viticoli d’Europa ci sono limitazioni all’espansione delle
radici, e questo giustifica densità elevate: come pure climi freddi, che
limitano naturalmente, a maggior ragione se associati a suoli poveri e sassosi,
lo sviluppo della chioma.”
I vitigni italiani
Ho incontrato molta curiosità intorno ad alcuni vitigni italiani. Secondo
te l’impianto in Australia di varietà come Sangiovese, Nebbiolo, Barbera, è da
incoraggiare o scoraggiare, considerando anche i forti vincoli normativi per
l’introduzione di piante dall’estero?
“L’interesse in genere è legato a singoli viticoltori dotati di grande
passione e curiosità intellettuale. Alle grandi compagnie, compresa la mia,
questi vitigni interessano poco, non ci vedono il “business”. Io ho un grande
interesse per le varietà italiane, ma a titolo personale: non come Southcorp.”
Viticulturist e
wine-maker
In Australia, come in Europa, è molto popolare la frase che “la qualità
del vino si fa nel vigneto”. Allora è difficile capire perché gli enologi
diventano famosi, e i “viticulturist” rimangono sconosciuti…
Non mi lascia finire, la sua risata esplode fragorosa, accompagnata da un
applauso. “C’est la vie! Come dite in Italia (?). Ho la stessa esperienza. Forse
noi siamo per natura meno portati alle pubbliche relazioni, siamo più abituati a
lavorare nel backstage, in campagna. Sono comunque contento del fatto che
oggi gli enologi si rendono conto dell’importanza del vigneto, della gestione
del vigneto, e di chi se ne deve occupare. La qualità del vino si perfeziona in
cantina, ma una cosa è certa, in Europa come in Australia: buon vino richiede
buon frutto”.
Il mercato, grande
guidatore
Il futuro. Pensi che ci possano essere prospettive per lo sviluppo di
qualche nuova varietà nei prossimi decenni, oltre a quelle più diffuse, in
qualche zona dell’Australia?
Potenzialmente ci sono molte possibilità, abbiamo varietà di climi, di
suoli, e di opportunità, e ci sono molti vitigni eccellenti al mondo oltre ai
pochi che tutti conoscono. Ma l’interrogativo è se un nuovo tipo di vino
australiano possa avere successo sul mercato internazionale, quindi prima di
produrlo dobbiamo interrogare il mercato. L’ultimo quinquennio è stato per noi
di grandi successi commerciali, con un aumento costante annuale del 25% di
export. Speriamo che duri, ma qualche preoccupazione in giro c’è, non è
pensabile uno sviluppo illimitato degli impianti e delle stesse produzioni. Ma
anche pensare a nuovi prodotti richiede grande cautela. Se non considerassimo la
variabile della domanda, potremmo fare qualche cosa di straordinario, che poi
forse non riusciremmo a vendere. Per noi il mercato è, e rimarrà, il grande
guidatore.