Prolungare la vita del vigneto

Informatore Agrario n. 13/2006

 

 
 

La longevità delle piante di vite dipende da molteplici fattori difficilmente indagabili con una sperimentazione apposita. Si possono, però, dare indicazioni utili a prolungare la vita del vigneto alla luce dell’esperienza e di conoscenze viticole consolidate e nuove

Purtroppo non si trovano in bibliografia molti studi sui fattori che incidono sulla longevità di una pianta di vite: del resto è improbabile che qualunque istituzione pubblica o privata possa mettere in atto una prova sperimentale ampia e articolata (perché certo sono tante le variabili che incidono) della durata di svariati decenni e dai risultati probabilmente incerti e difficilmente comparabili tra un territorio viticolo e un altro. Le considerazioni qui riportate fanno quindi riferimento soprattutto all’esperienza, tratta dall’osservazione di molti vigneti visitati in Italia e nel mondo, ma anche dal racconto di tanti viticoltori che ho incontrato, nonché da alcuni insegnamenti della viticoltura classica e da acquisizioni scientifiche più recenti.

Fattori di mortalità della pianta
La prima regola per prolungare la vita del vigneto è prevenire le cause di mortalità delle piante.
Le malattie sono una causa primaria di mortalità, con particolare riferimento a quelle del legno: mal dell’esca, eutipiosi e giallumi da fitoplasmi, come flavescenza dorata e legno nero, e marciume radicale. Non è questa la sede per illustrare diffusamente gli interventi contro queste malattie, peraltro scarsamente prevenibili e curabili, ma va sottolineata l’importanza della difesa in generale. Talora, infatti, specie su viti molto giovani, anche attacchi parassitari particolarmente violenti da crittogame, come la peronospora, possono avere esiti letali. In genere, invece, i virus non sono fattori di mortalità, ma solo di riduzione di vigore e danno qualitativo.
Anche problemi fisiologici possono portare a morte le viti. In particolare l’occlusione dei vasi legnosi, uno stress idrico molto forte, carenze o squilibri nutrizionali gravi.
In molti casi la morte della pianta è il risultato di più fattori tra quelli prima descritti, che agiscono in concomitanza. Ad esempio l’occlusione dei vasi legnosi avviene spesso ad opera di tessuti cicatriziali che si formano in seguito ad una ferita del tronco, mentre la presenza di funghi del complesso esca-eutipiosi, la cui penetrazione è a sua volta favorita dalle ferite, può “finire il lavoro” portando a morte la pianta.
Lo stesso innesto costituisce, sotto questo aspetto, un trauma per la pianta, che ne riduce la vitalità attraverso un meccanismo “a tempo” anche se nei primi anni la vite innestata può apparire più rigogliosa.
E’ un fatto che i vigneti franchi di piede, tuttora esistenti dove non c’è la fillossera, sono in genere più longevi. I viticoltori del Rodano e del Sud della Francia sono andati a cercare marze per tentare di recuperare vecchi cloni di Syrah e Grenache in Australia, su vigneti franchi di piede di oltre 80-90 anni.
C’è anche da dire che in un vigneto non innestato lo stesso concetto di “singola pianta” assume un significato diverso, poiché è sempre possibile riprodurre la vite per propaggine, come si è sempre fatto per migliaia di anni. L’innesto verde potrebbe, in linea teorica, ridurre il problema perché sembrerebbe meno traumatico per la pianta, tuttavia ciò resta da dimostrare.
Si aggiunga che una vite che ha perso il suo potenziale produttivo e/o qualitativo equivale ad una vite morta dal punto di vista economico, anche se ancora in vita. Virus e spesso anche fitoplasmi lasciano in vita la pianta, ma ne compromettono i risultati.
Anche i danni provocati dalle macchine possono creare problemi alle viti. Sarebbe interessante verificare con un’indagine l’incidenza di questi danni in vigneti condotti con livelli di meccanizzazione differenti da un numero consistente di anni, perché al momento, non mi risultano dati sperimentali in merito: però si può pensare che in un vigneto gestito con una meccanizzazione molto spinta ci siano maggiori danni alle parti legnose, che potrebbero influire sulla longevità della pianta: ad esempio per la penetrazione attraverso le ferite di patogeni vascolari tipo Esca, per la formazione di cancri legnosi da Agrobacterium, o per eventuali altre cause ancora da meglio definire (c’è anche chi ipotizza un danno a lungo termine da cimatura in verde, anche se al momento non esistono né prove concrete, né solide ipotesi teoriche che spieghino il meccanismo di questo supposto danno).
Il notevole progresso nell’adattamento delle macchine ai vigneti, e nel loro essere sempre più “rispettose” nei confronti della pianta, progresso a cui assistiamo quotidianamente, dovrebbe comunque ridimensionare questi problemi.

Precauzioni all’impianto
La vecchia regola di lasciare il terreno a riposo per alcuni anni prima di reimpiantare un vigneto è sempre più spesso disattesa, e questo fatto, sicuramente comprensibile per le esigenze di liquidità dell’azienda, è certamente un male proiettato su tempi lunghi, e si riflette sulla aspettativa di vita del vigneto stesso. Ancor più critica è la successione immediata ulivo-vite, assai comune nel Sud Italia in questi ultimi anni, per il forte rischio di marciume radicale da Armillaria.
La successione vite dopo vite immediata - vendemmia-estirpo-scasso-lavori preparatori-impianto - che inizia in autunno e si conclude in primavera, negli anni in cui si riesce a fare, comporta una serie di problemi.
· Rischi sanitari, particolarmente in presenza di nematodi nel suolo e di virosi nel vigneto estirpato, nonché di marciumi radicali e probabilmente di mal dell’esca (benché gli agenti penetrino attraverso le parti aeree e non attraverso le radici). In ogni caso occorre asportare la maggior quantità possibile di residui legnosi, ad esempio lavorando con estirpatori a denti ricurvi, prima di procedere allo scasso e dopo.
· Rischi per la struttura del terreno, perché i tempi ridotti per le lavorazioni e il periodo dell’anno in cui si interviene non sempre consentono di lavorare il terreno in tempera, cioè nelle ottimali condizioni di umidità per non danneggiarne la struttura;
· Rischi di instabilità dei versanti (in collina) e quindi di movimenti del suolo successivi all’impianto, con conseguente disallineamento dei filari e perdita di verticalità dei fusti, che in un vigneto meccanizzato è un fattore chiave di longevità per i motivi che vedremo in seguito.

Una buona letamazione di fondo, almeno su suoli poveri di sostanza organica, è una pratica agronomica che mantiene tutta la sua validità, anzi è più importante oggi che in passato, visto che gli apporti successivi di sostanza organica sono spesso minimi se non nulli. Il letame migliora la struttura del suolo e aiuta la microflora del suolo ad affermarsi e a svolgere il suo prezioso lavoro. Inoltre, specie se combinata con uno o più cicli di semina di cereali vernini, riduce la presenza di nematodi. In molti casi, e in particolare su suoli difficili e sbancati, l’inoculo delle radici con ceppi di funghi endomicorrizici arbuscolari del genere Glomus (che in seguito avviene comunque) aumenta la percentuale di attecchimento e migliora lo sviluppo delle barbatelle. E’ una pratica che sta appena uscendo dalla fase sperimentale (anche in Italia è stata oggetto di diversi studi, vedi bibliografa) e che appare promettente. Oggi esistono prodotti commerciali atti allo scopo. Quello della microbiologia del suolo e dei rapporti della cosiddetta “rizosfera” con la vite e la produzione di uva è uno degli aspetti meno conosciuti della viticoltura; probabilmente questi fattori hanno influenza sulla longevità della pianta e sulla sua resistenza alle principali malattie che ne causano la morte, nonché sulla qualità del vino. Senza dilungarsi è bene ricordare che la nutrizione della pianta dal terreno richiede la presenza di questi mediatori, i microrganismi, e che il suolo non è un supporto inerte ma un ecosistema assai complesso il cui equilibrio va ricercato e rispettato nell’interesse della produzione.
A proposito della densità di impianto, la scelta di portinnesti deboli e impianti piuttosto fitti sulla fila (70-90 cm) comportano vigoria inferiore e quindi, tendenzialmente, longevità maggiore. Peraltro occorre tener presente che c’è un limite alla riduzione della distanza sulla fila, legato non solo ad esigenze pratiche, comunque importanti, ma anche a variabili fisiologiche, quali lunghezza degli internodi, vigoria della varietà, fertilità dei suoli, clima, ecc.: superando tale limite si ottiene un’esplosione di vegetazione sulla singola gemma, con aumento dell’ombreggiamento e peggioramento della qualità, contrariamente ad un tenace luogo comune, ma in accordo con molti dati sperimentali. Inoltre, se il vigneto non è irriguo, si consideri che i portinnesti deboli sono, di norma, poco resistenti alla siccità, e che uno stress idrico severo, soprattutto se ripetuto per più anni e su viti giovani, è una causa primaria di mortalità. I vigneti più vecchi che ricordi poggiavano tutti su suoli piuttosto profondi, ben drenati e aerati, ma non siccitosi.

I primi anni
Normalmente le maggiori morie percentuali in un vigneto si hanno nel primo e nel secondo anno dall’impianto. La causa primaria è lo stress idrico, ma ci possono essere altre cause o concause, come ad esempio un attacco parassitario. Anche piante che sopravvivono a questi stress possono rimanerne comunque indebolite e non sopravvivere negli anni successivi, oppure rimanere in ritardo di sviluppo per anni. Ne consegue che la gestione dei primi due anni determina in buona misura la durata della vita del vigneto ed il suo complessivo equilibrio. In mancanza di un impianto di irrigazione si può portare soccorso alle barbatelle sofferenti con un carro botte e un palo iniettore, somministrando almeno 2 litri di acqua per vite, il che ne consente la sopravvivenza, ma un ottimale sviluppo in condizioni critiche richiederebbe un apporto almeno doppio o triplo. Bisogna assicurare ogni vite ad un tutore robusto e possibilmente permanente, per allevarne il fusto il più possibile rettilineo. Un tronco contorto è un rischio per la vita della pianta, principalmente perché le macchine possono romperlo nel passaggio, ma anche perché più “pollonifero” e quindi più soggetto a tagli di potatura, che causano ferite sul legno vecchio, con tutti i rischi connessi. La potatura verde al secondo e terzo anno è particolarmente importante per impostare la corretta forma della pianta. La pulizia del futuro tronco dai germogli laterali che non sono utili a tal fine deve essere fatta al più presto, ripetuta più volte, e senza creare cicatrici, perché queste possono favorire le malattie del legno e l’occlusione dei vasi. Se non si riesce a intervenire in tempo e i germogli sono induriti è meglio tagliarli con le forbici che strapparli, anche se questo comporterà in seguito l’emissione di polloni dalle gemme di corona.
Nella potatura secca di queste viti giovani non bisogna mai fare tagli “rasi” sul fusto perché così facendo si forma un cono di legno morto che va ad occludere parte dei vasi: se tali tagli sono numerosi e giustapposti lungo il tronco si creano le condizioni per una morte prematura della pianta. Occorre, invece, lasciare le gemme di corona. Nell’impostazione dei cordoni speronati questo vale non solo per il tronco ascendente ma per tutto il cordone. Nelle potature lunghe o miste come il Guyot occorre evitare di impostare la “testa” della vite troppo in alto, perché questo comporterà in futuro inevitabili tagli di ritorno e quindi larghe ferite, bisogna invece stare almeno 20-30 centimetri sotto il filo di banchina, anche se questo complica un po’ alcune operazioni come la spollonatura meccanica e richiede più lavoro per la scacchiatura manuale.

Gestione del suolo
Nei suoli di cattiva struttura la vite non vive a lungo, per vari motivi: asfissia radicale per insufficiente scambio gassoso tra il suolo e l’aria, ridotta vita microbiologica del terreno, squilibri nutrizionali, alternanza violenta di eccesso idrico primaverile e siccità estiva. L’errore che spesso si fa è quello di considerare la struttura del suolo una variabile indipendente, su cui l’agricoltore non può agire, perché si confonde il concetto di tessitura con quello di struttura: il terreno è argilloso e quindi si “spacca”. E’ vero che sulla dimensione delle particelle del suolo (tessitura) l’agricoltore non può agire, ma sulle forze che uniscono e disgregano tra loro le particelle (struttura) può fare molto, anche se un mutamento profondo nelle caratteristiche strutturali di un suolo critico si può ottenere solo con molta attenzione e in tempi lunghi. In sintesi possiamo dire che in un terreno di buona struttura le particelle di terra formano glomeruli di 5-10 millimetri di diametro, mescolati con materiali più fini. Se scorrendo il terreno tra le mani, ad un medio livello di umidità, questo si presenta come sabbia e polvere, incoerenti, oppure nella forma dei cosiddetti “mattoncini”, cioè aggregati di diversi centimetri di diametro (anche 10 cm o più su terreni lavorati da umidi), in entrambi i casi ci troviamo di fronte a terreni di cattiva struttura, o rovinati da una cattiva gestione (in genere lavorazioni in eccesso e su terreno umido).
Come già detto la struttura di un terreno si può migliorare, ma in genere questo richiede tempi lunghi. Occorre aumentare la dotazione di sostanza organica attraverso letamazioni e strumenti come l’inerbimento temporaneo (cover crop) o permanente. Esistono anche ammendanti di vario tipo. Il caso più critico è quello dei terreni salini e ricchi di sodio, che peraltro in generale possiamo considerare come inadatti alla viticoltura.

Il ruolo del cotico erboso
Benché alcuni viticoltori continuino a sostenere che l’inerbimento faccia morire prima il vigneto, ciò non è affatto vero, se questa pratica è eseguita correttamente e se non crea eccessiva competizione. Diventa però vero se per inerbimento si intende una sorta di “abbandono” del suolo al suo destino. Ad esempio forti infestazioni di gramigna accorciano sicuramente la vita del vigneto. Verosimilmente ciò non è dovuto solo a sottrazione di acqua e nutrienti, ma anche ad una produzione di tossine radicali da parte di questa specie, che quindi va combattuta, soprattutto nella zona del sottofila, con lavorazioni e/o diserbo. In un vigneto di nuovo impianto in genere le infestazioni di gramigna sono limitate ad alcune zone: prima si debella la “mala pianta”, ad esempio con trattamenti localizzati e schermati di glifosate, e meglio è. La migliore alternativa al diserbo è la zappa, perché le lavorazioni meccaniche con organi rotativi spezzettano i rizomi e non risolvono il problema, anche se migliorano l’efficacia di un successivo diserbo con sistemico.

Gestione della chioma
Una chioma equilibrata, non troppo vigorosa ma neppure stentata, è condizione che facilita una lunga vita della pianta, perché consente un buon accumulo di sostanze di riserva, una buona tolleranza alle malattie grazie al microclima ventilato e alla penetrazione della luce, e una perdita di acqua non eccessiva durante la stagione asciutta. Ci sono vari modi per valutare tale condizione di equilibrio, li ricordiamo solo per sommi capi: peso del legno di potatura, lunghezza dei germogli, aspetto delle foglie, numero e lunghezza dei getti laterali (femminelle) e dei germogli doppi.
Nelle zone a forte insolazione e con estate siccitosa le forme d’allevamento con vegetazione parzialmente ricadente (come alberello e cordone libero a sviluppo basso) sembrano garantire un maggior equilibrio, una maggior resistenza allo stress idrico e quindi una vita più lunga. In tali condizioni climatiche si sospetta anche che un’eccessiva insolazione del tronco stesso possa essere una concausa di deperimento e morte su talune varietà (Rousseau, comunicazione personale a proposito del “deperimento del Syrah” nel Rodano).

Interventi di dendrochirurgia
In alcuni vigneti storici si cerca di prolungare la vita delle vecchie piante anche ove i tronchi presentano cavità e parti morte. In Francia ho visto vere e proprie operazioni di dendrochirurgia che consistono nell’asportazione delle parti di legno morto, protezione della ferita con vari mezzi (solfato di rame puro o colle viniliche aggiunte di anticrittogamici) e riempimento di eventuali zone cave dove può ristagnare l’acqua con materiali vari, dalla pece al cemento e, ultimamente, silicone.

Il “rimpiazzo” delle viti

La sostituzione di singole viti all’interno di un vigneto è sicuramente possibile, è prassi normale in molti vigneti storici del bordolese e oggi si va estendendo in Italia a causa delle varie emergenze sanitarie che hanno colpito il vigneto italiano (in particolare flavescenza dorata, legno nero e esca). E’ una pratica che comporta due problemi principali: il primo è che è un’operazione lunga e laboriosa, il secondo è che la nuova barbatella fa molta fatica a svilupparsi a causa della competizione delle altre viti e perché il terreno, soprattutto in alcune situazioni pedologiche collinari, è ormai compattato e offre resistenza allo sviluppo delle nuove radici.
Il primo problema è stato affrontato da diversi costruttori, che hanno proposto sul mercato macchine per l’estirpo della vecchia vite operanti dall’interfilare, con organi lavoranti di vario tipo: trivella, vanga singola, vanghe multiple articolate a parallelogramma. Alcune funzionano abbastanza bene ma spesso rompono le radici e una parte di esse rimane nel suolo. Esistono anche macchine per la posa della nuova barbatella, mentre non mi risulta che esistano macchine che raggruppino l’intero cantiere di lavoro.
Alcuni accorgimenti possono aiutare lo sviluppo della nuova pianta: la scelta di un portinnesto molto vigoroso come Ruggeri 140 o 1103 Paulsen (dove non vi siano controindicazioni pedologiche di altro tipo per questi portinnesti); la micorrizzazione della radice; l’impianto con radice più lunga possibile (alcuni vivaisti propongono barbatelle di due anni in vaso da 2 litri o più: una possibilità è anche realizzare un impianto in azienda per la produzione di tali “vasi” a partire da barbatelle acquistate in vivaio, ovviamente i costi sono piuttosto alti in entrambi i casi); la protezione con shelter (tubo di materia plastica, ne esistono svariati tipi); una potatura delle viti vicine per ridurre il più possibile l’ombreggiamento; una accurata pulizia del sotto fila con lavorazioni e/o diserbo. In ogni caso è necessario tornare nel vigneto per prestare cure particolari alle viti rimpiazzate (pulizia, potatura verde, legatura al tutore): questo non sempre si fa ed è un errore, anche perché il tempo necessario per queste operazioni di “allevamento” è comunque molto inferiore a quello già impiegato per effettuare il rimpiazzo, ma è fondamentale per la buona riuscita dell’operazione.

 

 
 

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