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La longevità delle piante di vite dipende
da molteplici fattori difficilmente indagabili con una sperimentazione
apposita. Si possono, però, dare indicazioni utili a prolungare la vita del
vigneto alla luce dell’esperienza e di conoscenze viticole consolidate e
nuove
Purtroppo non si trovano in bibliografia
molti studi sui fattori che incidono sulla longevità di una pianta di vite:
del resto è improbabile che qualunque istituzione pubblica o privata possa
mettere in atto una prova sperimentale ampia e articolata (perché certo sono
tante le variabili che incidono) della durata di svariati decenni e dai
risultati probabilmente incerti e difficilmente comparabili tra un
territorio viticolo e un altro. Le considerazioni qui riportate fanno quindi
riferimento soprattutto all’esperienza, tratta dall’osservazione di molti
vigneti visitati in Italia e nel mondo, ma anche dal racconto di tanti
viticoltori che ho incontrato, nonché da alcuni insegnamenti della
viticoltura classica e da acquisizioni scientifiche più recenti.
Fattori di mortalità della pianta
La prima regola per prolungare la vita del vigneto è prevenire le cause di
mortalità delle piante.
Le malattie sono una causa primaria di mortalità, con particolare
riferimento a quelle del legno: mal dell’esca, eutipiosi e giallumi da
fitoplasmi, come flavescenza dorata e legno nero, e marciume radicale. Non è
questa la sede per illustrare diffusamente gli interventi contro queste
malattie, peraltro scarsamente prevenibili e curabili, ma va sottolineata
l’importanza della difesa in generale. Talora, infatti, specie su viti molto
giovani, anche attacchi parassitari particolarmente violenti da crittogame,
come la peronospora, possono avere esiti letali. In genere, invece, i virus
non sono fattori di mortalità, ma solo di riduzione di vigore e danno
qualitativo.
Anche problemi fisiologici possono portare a morte le viti. In particolare
l’occlusione dei vasi legnosi, uno stress idrico molto forte, carenze o
squilibri nutrizionali gravi.
In molti casi la morte della pianta è il risultato di più fattori tra quelli
prima descritti, che agiscono in concomitanza. Ad esempio l’occlusione dei
vasi legnosi avviene spesso ad opera di tessuti cicatriziali che si formano
in seguito ad una ferita del tronco, mentre la presenza di funghi del
complesso esca-eutipiosi, la cui penetrazione è a sua volta favorita dalle
ferite, può “finire il lavoro” portando a morte la pianta.
Lo stesso innesto costituisce, sotto questo aspetto, un trauma per la
pianta, che ne riduce la vitalità attraverso un meccanismo “a tempo” anche
se nei primi anni la vite innestata può apparire più rigogliosa.
E’ un fatto che i vigneti franchi di piede, tuttora esistenti dove non c’è
la fillossera, sono in genere più longevi. I viticoltori del Rodano e del
Sud della Francia sono andati a cercare marze per tentare di recuperare
vecchi cloni di Syrah e Grenache in Australia, su vigneti franchi di piede
di oltre 80-90 anni.
C’è anche da dire che in un vigneto non innestato lo stesso concetto di
“singola pianta” assume un significato diverso, poiché è sempre possibile
riprodurre la vite per propaggine, come si è sempre fatto per migliaia di
anni. L’innesto verde potrebbe, in linea teorica, ridurre il problema perché
sembrerebbe meno traumatico per la pianta, tuttavia ciò resta da dimostrare.
Si aggiunga che una vite che ha perso il suo potenziale produttivo e/o
qualitativo equivale ad una vite morta dal punto di vista economico, anche
se ancora in vita. Virus e spesso anche fitoplasmi lasciano in vita la
pianta, ma ne compromettono i risultati.
Anche i danni provocati dalle macchine possono creare problemi alle viti.
Sarebbe interessante verificare con un’indagine l’incidenza di questi danni
in vigneti condotti con livelli di meccanizzazione differenti da un numero
consistente di anni, perché al momento, non mi risultano dati sperimentali
in merito: però si può pensare che in un vigneto gestito con una
meccanizzazione molto spinta ci siano maggiori danni alle parti legnose, che
potrebbero influire sulla longevità della pianta: ad esempio per la
penetrazione attraverso le ferite di patogeni vascolari tipo Esca, per la
formazione di cancri legnosi da Agrobacterium, o per eventuali altre cause
ancora da meglio definire (c’è anche chi ipotizza un danno a lungo termine
da cimatura in verde, anche se al momento non esistono né prove concrete, né
solide ipotesi teoriche che spieghino il meccanismo di questo supposto
danno).
Il notevole progresso nell’adattamento delle macchine ai vigneti, e nel loro
essere sempre più “rispettose” nei confronti della pianta, progresso a cui
assistiamo quotidianamente, dovrebbe comunque ridimensionare questi
problemi.
Precauzioni all’impianto
La vecchia regola di lasciare il terreno a riposo per alcuni anni prima di
reimpiantare un vigneto è sempre più spesso disattesa, e questo fatto,
sicuramente comprensibile per le esigenze di liquidità dell’azienda, è
certamente un male proiettato su tempi lunghi, e si riflette sulla
aspettativa di vita del vigneto stesso. Ancor più critica è la successione
immediata ulivo-vite, assai comune nel Sud Italia in questi ultimi anni, per
il forte rischio di marciume radicale da Armillaria.
La successione vite dopo vite immediata - vendemmia-estirpo-scasso-lavori
preparatori-impianto - che inizia in autunno e si conclude in primavera,
negli anni in cui si riesce a fare, comporta una serie di problemi.
· Rischi sanitari, particolarmente in presenza di nematodi nel suolo e di
virosi nel vigneto estirpato, nonché di marciumi radicali e probabilmente di
mal dell’esca (benché gli agenti penetrino attraverso le parti aeree e non
attraverso le radici). In ogni caso occorre asportare la maggior quantità
possibile di residui legnosi, ad esempio lavorando con estirpatori a denti
ricurvi, prima di procedere allo scasso e dopo.
· Rischi per la struttura del terreno, perché i tempi ridotti per le
lavorazioni e il periodo dell’anno in cui si interviene non sempre
consentono di lavorare il terreno in tempera, cioè nelle ottimali condizioni
di umidità per non danneggiarne la struttura;
· Rischi di instabilità dei versanti (in collina) e quindi di movimenti del
suolo successivi all’impianto, con conseguente disallineamento dei filari e
perdita di verticalità dei fusti, che in un vigneto meccanizzato è un
fattore chiave di longevità per i motivi che vedremo in seguito.
Una buona letamazione di fondo, almeno su
suoli poveri di sostanza organica, è una pratica agronomica che mantiene
tutta la sua validità, anzi è più importante oggi che in passato, visto che
gli apporti successivi di sostanza organica sono spesso minimi se non nulli.
Il letame migliora la struttura del suolo e aiuta la microflora del suolo ad
affermarsi e a svolgere il suo prezioso lavoro. Inoltre, specie se combinata
con uno o più cicli di semina di cereali vernini, riduce la presenza di
nematodi. In molti casi, e in particolare su suoli difficili e sbancati,
l’inoculo delle radici con ceppi di funghi endomicorrizici arbuscolari del
genere Glomus (che in seguito avviene comunque) aumenta la percentuale di
attecchimento e migliora lo sviluppo delle barbatelle. E’ una pratica che
sta appena uscendo dalla fase sperimentale (anche in Italia è stata oggetto
di diversi studi, vedi bibliografa) e che appare promettente. Oggi esistono
prodotti commerciali atti allo scopo. Quello della microbiologia del suolo e
dei rapporti della cosiddetta “rizosfera” con la vite e la produzione di uva
è uno degli aspetti meno conosciuti della viticoltura; probabilmente questi
fattori hanno influenza sulla longevità della pianta e sulla sua resistenza
alle principali malattie che ne causano la morte, nonché sulla qualità del
vino. Senza dilungarsi è bene ricordare che la nutrizione della pianta dal
terreno richiede la presenza di questi mediatori, i microrganismi, e che il
suolo non è un supporto inerte ma un ecosistema assai complesso il cui
equilibrio va ricercato e rispettato nell’interesse della produzione.
A proposito della densità di impianto, la scelta di portinnesti deboli e
impianti piuttosto fitti sulla fila (70-90 cm) comportano vigoria inferiore
e quindi, tendenzialmente, longevità maggiore. Peraltro occorre tener
presente che c’è un limite alla riduzione della distanza sulla fila, legato
non solo ad esigenze pratiche, comunque importanti, ma anche a variabili
fisiologiche, quali lunghezza degli internodi, vigoria della varietà,
fertilità dei suoli, clima, ecc.: superando tale limite si ottiene
un’esplosione di vegetazione sulla singola gemma, con aumento
dell’ombreggiamento e peggioramento della qualità, contrariamente ad un
tenace luogo comune, ma in accordo con molti dati sperimentali. Inoltre, se
il vigneto non è irriguo, si consideri che i portinnesti deboli sono, di
norma, poco resistenti alla siccità, e che uno stress idrico severo,
soprattutto se ripetuto per più anni e su viti giovani, è una causa primaria
di mortalità. I vigneti più vecchi che ricordi poggiavano tutti su suoli
piuttosto profondi, ben drenati e aerati, ma non siccitosi.
I primi anni
Normalmente le maggiori morie percentuali in un vigneto si hanno nel primo e
nel secondo anno dall’impianto. La causa primaria è lo stress idrico, ma ci
possono essere altre cause o concause, come ad esempio un attacco
parassitario. Anche piante che sopravvivono a questi stress possono
rimanerne comunque indebolite e non sopravvivere negli anni successivi,
oppure rimanere in ritardo di sviluppo per anni. Ne consegue che la gestione
dei primi due anni determina in buona misura la durata della vita del
vigneto ed il suo complessivo equilibrio. In mancanza di un impianto di
irrigazione si può portare soccorso alle barbatelle sofferenti con un carro
botte e un palo iniettore, somministrando almeno 2 litri di acqua per vite,
il che ne consente la sopravvivenza, ma un ottimale sviluppo in condizioni
critiche richiederebbe un apporto almeno doppio o triplo. Bisogna assicurare
ogni vite ad un tutore robusto e possibilmente permanente, per allevarne il
fusto il più possibile rettilineo. Un tronco contorto è un rischio per la
vita della pianta, principalmente perché le macchine possono romperlo nel
passaggio, ma anche perché più “pollonifero” e quindi più soggetto a tagli
di potatura, che causano ferite sul legno vecchio, con tutti i rischi
connessi. La potatura verde al secondo e terzo anno è particolarmente
importante per impostare la corretta forma della pianta. La pulizia del
futuro tronco dai germogli laterali che non sono utili a tal fine deve
essere fatta al più presto, ripetuta più volte, e senza creare cicatrici,
perché queste possono favorire le malattie del legno e l’occlusione dei
vasi. Se non si riesce a intervenire in tempo e i germogli sono induriti è
meglio tagliarli con le forbici che strapparli, anche se questo comporterà
in seguito l’emissione di polloni dalle gemme di corona.
Nella potatura secca di queste viti giovani non bisogna mai fare tagli
“rasi” sul fusto perché così facendo si forma un cono di legno morto che va
ad occludere parte dei vasi: se tali tagli sono numerosi e giustapposti
lungo il tronco si creano le condizioni per una morte prematura della
pianta. Occorre, invece, lasciare le gemme di corona. Nell’impostazione dei
cordoni speronati questo vale non solo per il tronco ascendente ma per tutto
il cordone. Nelle potature lunghe o miste come il Guyot occorre evitare di
impostare la “testa” della vite troppo in alto, perché questo comporterà in
futuro inevitabili tagli di ritorno e quindi larghe ferite, bisogna invece
stare almeno 20-30 centimetri sotto il filo di banchina, anche se questo
complica un po’ alcune operazioni come la spollonatura meccanica e richiede
più lavoro per la scacchiatura manuale.
Gestione del suolo
Nei suoli di cattiva struttura la vite non vive a lungo, per vari motivi:
asfissia radicale per insufficiente scambio gassoso tra il suolo e l’aria,
ridotta vita microbiologica del terreno, squilibri nutrizionali, alternanza
violenta di eccesso idrico primaverile e siccità estiva. L’errore che spesso
si fa è quello di considerare la struttura del suolo una variabile
indipendente, su cui l’agricoltore non può agire, perché si confonde il
concetto di tessitura con quello di struttura: il terreno è argilloso e
quindi si “spacca”. E’ vero che sulla dimensione delle particelle del suolo
(tessitura) l’agricoltore non può agire, ma sulle forze che uniscono e
disgregano tra loro le particelle (struttura) può fare molto, anche se un
mutamento profondo nelle caratteristiche strutturali di un suolo critico si
può ottenere solo con molta attenzione e in tempi lunghi. In sintesi
possiamo dire che in un terreno di buona struttura le particelle di terra
formano glomeruli di 5-10 millimetri di diametro, mescolati con materiali
più fini. Se scorrendo il terreno tra le mani, ad un medio livello di
umidità, questo si presenta come sabbia e polvere, incoerenti, oppure nella
forma dei cosiddetti “mattoncini”, cioè aggregati di diversi centimetri di
diametro (anche 10 cm o più su terreni lavorati da umidi), in entrambi i
casi ci troviamo di fronte a terreni di cattiva struttura, o rovinati da una
cattiva gestione (in genere lavorazioni in eccesso e su terreno umido).
Come già detto la struttura di un terreno si può migliorare, ma in genere
questo richiede tempi lunghi. Occorre aumentare la dotazione di sostanza
organica attraverso letamazioni e strumenti come l’inerbimento temporaneo
(cover crop) o permanente. Esistono anche ammendanti di vario tipo. Il caso
più critico è quello dei terreni salini e ricchi di sodio, che peraltro in
generale possiamo considerare come inadatti alla viticoltura.
Il ruolo del cotico erboso
Benché alcuni viticoltori continuino a sostenere che l’inerbimento faccia
morire prima il vigneto, ciò non è affatto vero, se questa pratica è
eseguita correttamente e se non crea eccessiva competizione. Diventa però
vero se per inerbimento si intende una sorta di “abbandono” del suolo al suo
destino. Ad esempio forti infestazioni di gramigna accorciano sicuramente la
vita del vigneto. Verosimilmente ciò non è dovuto solo a sottrazione di
acqua e nutrienti, ma anche ad una produzione di tossine radicali da parte
di questa specie, che quindi va combattuta, soprattutto nella zona del
sottofila, con lavorazioni e/o diserbo. In un vigneto di nuovo impianto in
genere le infestazioni di gramigna sono limitate ad alcune zone: prima si
debella la “mala pianta”, ad esempio con trattamenti localizzati e schermati
di glifosate, e meglio è. La migliore alternativa al diserbo è la zappa,
perché le lavorazioni meccaniche con organi rotativi spezzettano i rizomi e
non risolvono il problema, anche se migliorano l’efficacia di un successivo
diserbo con sistemico.
Gestione della chioma
Una chioma equilibrata, non troppo
vigorosa ma neppure stentata, è condizione che facilita una lunga vita della
pianta, perché consente un buon accumulo di sostanze di riserva, una buona
tolleranza alle malattie grazie al microclima ventilato e alla penetrazione
della luce, e una perdita di acqua non eccessiva durante la stagione
asciutta. Ci sono vari modi per valutare tale condizione di equilibrio, li
ricordiamo solo per sommi capi: peso del legno di potatura, lunghezza dei
germogli, aspetto delle foglie, numero e lunghezza dei getti laterali
(femminelle) e dei germogli doppi.
Nelle zone a forte insolazione e con estate siccitosa le forme d’allevamento
con vegetazione parzialmente ricadente (come alberello e cordone libero a
sviluppo basso) sembrano garantire un maggior equilibrio, una maggior
resistenza allo stress idrico e quindi una vita più lunga. In tali
condizioni climatiche si sospetta anche che un’eccessiva insolazione del
tronco stesso possa essere una concausa di deperimento e morte su talune
varietà (Rousseau, comunicazione personale a proposito del “deperimento del
Syrah” nel Rodano).
Interventi di dendrochirurgia
In alcuni vigneti storici si cerca di prolungare la vita delle vecchie
piante anche ove i tronchi presentano cavità e parti morte. In Francia ho
visto vere e proprie operazioni di dendrochirurgia che consistono
nell’asportazione delle parti di legno morto, protezione della ferita con
vari mezzi (solfato di rame puro o colle viniliche aggiunte di
anticrittogamici) e riempimento di eventuali zone cave dove può ristagnare
l’acqua con materiali vari, dalla pece al cemento e, ultimamente, silicone.
Il “rimpiazzo” delle viti
La sostituzione di singole viti all’interno
di un vigneto è sicuramente possibile, è prassi normale in molti vigneti
storici del bordolese e oggi si va estendendo in Italia a causa delle varie
emergenze sanitarie che hanno colpito il vigneto italiano (in particolare
flavescenza dorata, legno nero e esca). E’ una pratica che comporta due
problemi principali: il primo è che è un’operazione lunga e laboriosa, il
secondo è che la nuova barbatella fa molta fatica a svilupparsi a causa
della competizione delle altre viti e perché il terreno, soprattutto in
alcune situazioni pedologiche collinari, è ormai compattato e offre
resistenza allo sviluppo delle nuove radici.
Il primo problema è stato affrontato da diversi costruttori, che hanno
proposto sul mercato macchine per l’estirpo della vecchia vite operanti
dall’interfilare, con organi lavoranti di vario tipo: trivella, vanga
singola, vanghe multiple articolate a parallelogramma. Alcune funzionano
abbastanza bene ma spesso rompono le radici e una parte di esse rimane nel
suolo. Esistono anche macchine per la posa della nuova barbatella, mentre
non mi risulta che esistano macchine che raggruppino l’intero cantiere di
lavoro.
Alcuni accorgimenti possono aiutare lo sviluppo della nuova pianta: la
scelta di un portinnesto molto vigoroso come Ruggeri 140 o 1103 Paulsen
(dove non vi siano controindicazioni pedologiche di altro tipo per questi
portinnesti); la micorrizzazione della radice; l’impianto con radice più
lunga possibile (alcuni vivaisti propongono barbatelle di due anni in vaso
da 2 litri o più: una possibilità è anche realizzare un impianto in azienda
per la produzione di tali “vasi” a partire da barbatelle acquistate in
vivaio, ovviamente i costi sono piuttosto alti in entrambi i casi); la
protezione con shelter (tubo di materia plastica, ne esistono svariati
tipi); una potatura delle viti vicine per ridurre il più possibile
l’ombreggiamento; una accurata pulizia del sotto fila con lavorazioni e/o
diserbo. In ogni caso è necessario tornare nel vigneto per prestare cure
particolari alle viti rimpiazzate (pulizia, potatura verde, legatura al
tutore): questo non sempre si fa ed è un errore, anche perché il tempo
necessario per queste operazioni di “allevamento” è comunque molto inferiore
a quello già impiegato per effettuare il rimpiazzo, ma è fondamentale per la
buona riuscita dell’operazione.
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