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La paglia di riso in balle è un materiale da costruzione dalle eccezionali
proprietà, in particolare per quanto riguarda l’isolamento termico. Nel Nord
America tali proprietà sono conosciute e utilizzate fin dagli inizi del
novecento: esiste anche un’associazione dal singolare nome di CASBA,
Californian Straw Building Association, che fornisce supporto di
informazioni sull’argomento (www.strawbuilding.org).
Proprio in California, nel
2003, è stato completato, a Lytton Spring, Healdsburg, contea di Sonoma, il
più grande edificio al mondo costruito in paglia. Si tratta di una cantina
per la produzione di vini di alta gamma, targata con il marchio “Ridge”,
azienda ora di proprietà di un signore giapponese, ma guidata da 45 anni da
un “wine-maker” carismatico, Paul Draper, e particolarmente specializzata
nella produzione del vino “Zinfandel”. Il modello di architettura
“ecologica” a cui si ispira questa cantina non guarda solo all’impiego di
materiali naturali, ma anche al consumo di energia, che, come obiettivo,
tende ad un bilancio in pareggio. Nei paesi caldi il condizionamento termico
dei locali assorbe una quota consistente del fabbisogno annuale di energia
di una cantina. A Lytton Spring si è deciso di abbattere questi costi
attraverso l’uso di uno tra i più antichi materiali da costruzione, nello
sforzo di mettere insieme economia e ambiente. All’opera ha lavorato una
squadra di architetti ed esperti americani e inglesi. Due anni (dal ‘98 al
2000) sono stati necessari per costruire e validare i modelli di calcolo al
computer e ottenere l’autorizzazione edilizia dalla contea di Sonoma, e
tutta la costruzione è stata un continuo adattamento e apprendimento per
conciliare le soluzioni tecnologiche moderne con l’utilizzo di un materiale
tanto insolito.
Dove
Lytton Spring si trova sulle colline che separano le valli dei fiumi
Russian River (Alexander Valley) e Dry Creek, non lontano dalla sorgente
Lacrhyma montis a cui si lega il nome dei due più noti pionieri della
viticoltura di qualità del diciannovesimo secolo in California, Mariano
Vallejo, ufficiale messicano in carriera, e Agoston Haraszthy, avventuriero
ungherese. Il secondo potrebbe essere stato tra i primi, anche se
verosimilmente non il primo, a impiantare il vitigno Zinfandel in
California. I terreni della zona hanno una buona capacità di trattenere
l’umidità e le notti sono piuttosto fresche: la vite vi si trova a suo agio
se non si forzano i raccolti, tant’è che vi sono tuttora molti vigneti di
Zinfandel ad alberello di oltre sessant’anni, in gran parte piantati da
Italiani. Un bellissimo vigneto di questo tipo è proprio di fronte alla
nuova costruzione, e questo contribuisce all’immagine di produzione
“sostenibile” che vuol essere la bandiera di questa cantina.
Come
Come si costruisce un edificio di paglia? In realtà le balle di paglia
costituiscono il tamponamento interno dei muri: la struttura è integrata da
una gabbia in legno lamellare con rinforzi metallici, robusta e leggera. Da
sottolineare che siamo in zona ad alto rischio sismico: la paglia ammortizza
le sollecitazioni sulla struttura.
Per timore che le sostanze
normalmente usate come impregnanti antimarciume del legname potessero
trasferire difetti al vino, si sono impiegate travi non trattate di cedro
giallo dell’Alaska, un legno naturalmente resistente. Le fondazioni e il
pavimento sono di cemento armato. Una rete metallica è stata posata sulla
superficie esterna dei muri di paglia, poi intonacati con un rivestimento
particolare, semipermeabile, composto da terre locali, argilla, diversi tipi
di sabbia, paglia e pigmenti naturali (terra d’ombra bruciata, ossido di
ferro e solfato di ferro) più il 2 % di olio di lino. L’intonaco è gettato e
poi spugnato. L’effetto finale è simile al cosiddetto “adobe” messicano.
Il tetto ha falde con
sbalzo di sei metri su tutti i lati, per aumentare l’ombreggiamento dei muri
perimetrali. Su due lati, ad un livello inferiore alle falde del tetto, c’è
una struttura a pergola, su cui stanno crescendo piante rampicanti per
sottrarre ulteriormente calore. Nell’area esterna sono stati piantati alberi
con chioma a sviluppo parzialmente orizzontale per assicurare ombra al
parcheggio visitatori e per raffreddare l’area esterna.
Il sistema di
condizionamento è realizzato attraverso aperture mobili nella parte alta dei
muri che si aprono di notte sotto il comando di termostati per far entrare
l’aria fresca convogliandola verso il basso. Dato l’alto livello di
coibentazione dei muri in paglia e il clima della zona con notti
relativamente fresche questa strategia è sufficiente a mantenere la
temperatura ai livelli desiderati nei vari ambienti, malgrado le temperature
diurne che possono arrivare a 40 gradi. Esiste un impianto di emergenza per
abbassare la temperatura in casi critici. Il tetto è equipaggiato con 384
pannelli solari fotovoltaici in grado di generare 64 kW di elettricità.
Durante tutta l’estate la cantina vende energia alla rete di distribuzione,
mentre nel periodo della vendemmia e della vinificazione il fabbisogno
supera la disponibilità: nell’anno il bilancio è in pareggio.
Punti critici: fuoco,
insetti, roditori…
In un paese come l’Italia, anni fa primatista mondiale del consumo di
cemento pro-capite (non so se lo siamo ancora, ma certo siamo ben piazzati),
nonché patria della teoria del mattone come bene rifugio per eccellenza,
l’idea di costruire con la paglia suona di certo stravagante, tale da
indurre molte persone al sorriso e al proclama dell’ennesima “americanata”,
evocando magari la favola dei tre porcellini e della casetta in paglia
spazzata via con un soffio dal lupo cattivo. La regione dove vivo, il
Piemonte, ha un grande peso a livello europeo come produttrice di riso, e
qui la paglia viene sistematicamente bruciata... Sta di fatto però che
questo progetto, e altri che si vanno realizzando, poggiano su una solida
base di dati tecnici e ricerche. La paglia di riso in balle pressate ha una
bassa capacità di combustione, perché la compattezza del materiale ostacola
la circolazione dell’ossigeno necessario ad alimentare il fuoco. Un muro di
paglia intonacato ha una resistenza al fuoco di due ore, non intonacato
mezz’ora. La paglia di riso ha un alto contenuto in silice, quindi ha una
decomposizione molto lenta, come ben sanno gli agricoltori: per questo non
viene di norma usata come strame per il bestiame, in quanto ostacolerebbe la
fermentazione e la maturazione del letame. Questo materiale è stato
ritrovato in eccezionali condizioni di conservazione in tombe egiziane dopo
migliaia di anni. Contrariamente al fieno la paglia di riso contiene
pochissimi nutrienti, non è quindi gradita alle termiti e ad altri insetti e
anche i roditori non la amano come rifugio. Se mantenuta con un grado di
umidità inferiore al 20 % resiste alle muffe. Almeno in climi asciutti e
ventilati come la California (dove peraltro non mancano periodi piovosi),
pare quindi che non ci siano problemi particolari.
Non é comunque scopo di
questo articolo promuovere le costruzioni in paglia, né i vini di Ridge, ma
solo portare la testimonianza di un caso piuttosto istruttivo riguardo al
concetto di “sostenibilità ambientale”.
Qualche numero
Per la costruzione si sono usate 3000 balle di paglia di riso: ciascuna
misura all’incirca 110 cm di lunghezza, 60 di larghezza e 40 di altezza,
mentre il peso varia tra 36 e 45 chilogrammi l’una. E’ facile intuire che la
costruzione è meno leggera di quanto si potrebbe pensare. Lo spessore finale
dei muri perimetrali intonacati è circa 70 centimetri. Il loro coefficiente
di isolamento termico è superiore a R60, vale a dire altissimo, e tale da
rendere l’ambiente all’interno simile a quello di una cantina sotterranea
dal punto di vista delle temperature.
L’edificio occupa in pianta
5500 metri quadri, misura che ne fa, per l’appunto, l’edificio in paglia più
grande del mondo, ed è diviso in sala di vinificazione, affinamento,
magazzino e punto vendita.
Lo Zinfandel, vitigno
conteso
Ridge usa in prevalenza rovere americano, e i tradizionali barili da
“bourbon”. Forma e tecnica di costruzione differiscono dalle barriques,
mentre la capacità è simile: il minore sbalzo delle doghe oltre il fondo si
traduce in un risparmio di spazio (vedi foto). Dalle degustazioni sembra
scaturire un calcio a tutti i luoghi comuni sul legno di “Quercus alba”: i
vini di Ridge sanno ben poco “di legno”, e sono solitamente, nell’ambito dei
vini californiani, tra i più apprezzati dai palati europei. Lytton Spring,
Geyserville e Monte Bello sono tra i suoi crus, l’ultimo il più prestigioso:
il nome stesso dell’azienda deriva da Monte Bello Ridge, cresta di Monte
Bello, dove un italo-americano benestante di San Francisco, Osea Perrone,
aveva piantato i vigneti che costituirono il primo nucleo dell’attuale
azienda, vinificando nel 1892 la prima partita di vino con l’etichetta
“Monte Bello Winery”.
Ottima la selezione “Three
Valleys” (Zinfandel, con una piccola quota di Petite Syrah) che dovrebbe
essere un vino “base” ma è impressionante per equilibrio e freschezza. Paul
Draper e il suo team sono stati tra i protagonisti (un altro è stato
certamente il grande wine-merchant di Sacramento Darrell Corti) della
rinascita di questo vitigno, considerato, fino a non molti anni fa, buono
per vini di scarso impegno o per il taglio. Questo rinascimento dello “Zin”
è passato anche per la considerazione che questo vitigno fosse quasi da
considerare un autoctono californiano, fin tanto che le sue origini
rimanevano piuttosto misterose. Oggi, grazie all’ampelografia e alla
genetica molecolare, sappiamo che lo Zinfandel corrisponde al Primitivo
pugliese, e al Crljenak Kasteljanski della Croazia. La contesa
sulla primogenitura sembra quindi ormai essersi ristretta a queste due
regioni viticole. Un altro vitigno croato assai noto e rinomato, il Plavac
Mali, non corrisponde allo Zinfandel, come qualcuno ha sostenuto in passato,
ma, in compenso, lo avrebbe come genitore (Meredith). E siccome il Plavac
mali è considerato un vitigno molto antico, ne deriva che il Primitivo è
ancora più antico. Un vitigno con diverse identità territoriali,
dall’America alla Dalmazia, e non propriamente “lo stesso vino”: vuoi per le
diverse condizioni ambientali, vuoi per la diversa tecnica enologica, vuoi
per la variabilità genetica tra popolazioni che, pur appartenendo alla
stessa varietà, si sono evolute autonomamente in regioni tra loro distanti.
L’impronta comune di certo esiste, ed è, possiamo esserne certi, quella di
uno dei grandi vini del mondo, con caratteri di grande corpo e morbidezza
gustativa e prorompente freschezza di viola e frutti neri. Un vino tale da
meritare investimenti e attenzioni come queste, in America come in Europa.
Maurizio Gily
Il “wine-maker”
filosofo
Paul Draper,
laureato in filosofia all’università di Stanford, nei primi anni ‘60 visse
in Italia (sui Colli Berici) e in Francia, appassionandosi al vino e alla
viticoltura. Dopo l’esperienza di un’azienda vitivinicola in Cile, tornò in
California nel ’69 e si unì all’impresa di un gruppo di investitori nella
zona “fresca” di Santa Cruz, a Sud di San Francisco, portando alla ribalta
il marchio “Ridge”. La sua particolare formazione aiuta a capire la sua
filosofia, che contrasta con l’impostazione fortemente “tecnologica” di
buona parte della viticoltura e dell’enologia del Nuovo Mondo. Paul sostiene
che l’età del proibizionismo in America ebbe l’effetto di troncare tutti i
legami con il passato e con l’Europa: dopo il diluvio, fu elaborato un modo
di produrre totalmente nuovo, basato sui risultati della ricerca scientifica
e sulle esigenze del mercato, ma sostanzialmente ignaro e diffidente verso
tutto ciò che era tradizione. Questo portò a produrre vini ipertecnici,
senza anima, slegati dal territorio. Seguendo l’insegnamento francese e
quello dei vecchi viticoltori californiani, Paul impostò il suo lavoro sulla
vinificazione di singoli vigneti, sulla scelta dei processi naturali (ad
esempio non usa lieviti selezionati), e sulla prevalenza della viticoltura
sull’enologia, nel senso della ricerca della massima qualità in vigneto a
cui segue una vinificazione “conservativa”, in cui tutti gli interventi
(correzioni, chiarifiche, filtrazioni etc.) sono ridotti al minimo. La
stessa scelta di costruire una cantina di paglia risponde evidentemente a
questa linea di pensiero.
In omaggio alla tradizione californiana, Ridge utilizza per l’affinamento
caratelli in rovere americano stagionato in essiccatoio, il che rischia di
essere motivo di scandalo per gli enologi europei (e non solo): ma,
evidentemente, ha messo a punto con i bottai e con i cantinieri protocolli
di lavoro tali da evitare i difetti che spesso questi legni conferiscono al
vino, quali eccesso di “cocco” e odori medicinali, tannini secchi, invadenza
del legno. Cantina essenzialmente da rossi (Cabernet e Zinfandel in primis)
Ridge è nota anche per un ottimo Chardonnay. |
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