Maurizio Gily

Maurizio Gily

Quattro kg di Rame: si può fare?

Published in Altre pubblicazioni

Le nuove limitazioni sul rame imposte dalla UE mettono in difficoltà la viticoltura europea, in particolare quella che ha adottato il metodo biologico.

In questo webinar organizzato da Vinidea e rivista digitale infowine ho fornito alcune informazioni e suggerimenti, finalizzati a ottimizzare la difesa antiperonosporica senza uscire dal parametro dei 28 kg/ha in 7 anni. 
A partire dal 2 maggio 2019 sarà disponibile sul sito infowine un link per scaricare il webinar "in differita".

A questi link si possono scaricare invece alcuni documenti relativi a temi trattati nel corso del seminario

Alternative al rame, Millevigne
http://www.gily.it/images/rame_webinar2019/alternativealrame_Millevigne_Scott.pdf

Progetto AltRameBio viticoltura
http://www.gily.it/images/rame_webinar2019/ALT.RAMEinBIO_Viticoltura.pdf

Progetto ALtRameBio slideshow sintesi
http://www.gily.it/images/rame_webinar2019/II-Sessione_ALT.RAMEinBIO.compressed.pdf

Efficacia di nuove alternative al rame, Atti giornate fitopatologiche 2006
http://www.gily.it/images/rame_webinar2019/Efficacia-di-nuove-alternative-al-rame-in-viticoltura-biologica-nei-confronti-di-Plasmopara-viticola_2019-01-09_15-14-34.pdf

Riduzione del rame, atti giornate fitopatologiche 2016
http://www.gily.it/images/rame_webinar2019/ATTI%20Giornate%20Fitopatologiche%202016.pdf

Circolare MIPAAF su concimi contenenti rame (agricoltura biologica)
http://www.gily.it/images/rame_webinar2019/Circ_MIPAF_RAME_FERT.pdf

 

 

 

Leggi di più...

Fitofarmaci, la dose minima è un nonsenso

Published in Millevigne

Riporto qui la mia corrispondenza con le istituzioni sul tema della “dose minima in etichetta”, un argomento di cui da tempo mi sto occupando.

Ill.mo Ministro Giulia Grillo

Sono un agronomo, dirigo una rivista tecnica nazionale e sono docente a contratto di viticoltura presso l'Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo.

Desidero portare alla sua attenzione un problema molto sentito da tutti i tecnici e gli agricoltori che hanno a cuore la salute delle persone e dell'ambiente, nonché il rispetto della legge. Il rispetto pedissequo dei dosaggi degli agrofarmaci riportati sull'etichetta ministeriale porta in molti casi a un inutile spreco di prodotti chimici e a una loro inutile e dannosa diffusione nell'ambiente.

A questo proposito ho scritto un breve articolo due anni fa su Slow Wine, che mi permetto di segnalarle a questo link:

http://www.slowfood.it/slowine/burocrazia-sudicia-usa-meno-pesticidi-viene-multato/

Personalmente, e tramite la rivista e altri mezzi di comunicazione, sarò lieto di ospitare una sua risposta, anche solo di impegno a interessarsi concretamente a una questione che è di vitale importanza per l'agricoltura italiana e per la salute dei cittadini.

cordiali saluti
Maurizio Gily

 

Ho poi scritto alla Professoressa Elena Cattaneo, senatrice a vita per meriti scientifici:

-"Maurizio Gily" <Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.> ha scritto: -----

A: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Da: "Maurizio Gily" <Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.>
Data: 12/12/2018 18.55
Oggetto: Etichetta ministeriale pesticidi, inevitabile sovradosaggio

Chiar.ma Professoressa

Seguendo i suoi scritti leggo un titolo di Repubblica: "Caro Serra, la scienza sa ascoltare". 

Mi auguro quindi che possa ascoltare la voce mia e di molti colleghi impegnati nella promozione di un'agricoltura sostenibile e a basso impatto ambientale (non necessariamente biologica) che da anni non otteniamo risposte relativamente a un problema che costituisce un oggettivo ostacolo a realizzare tale obiettivo. Ostacolo che deriva da leggi e regolamenti esistenti. Mi riferisco all'etichetta ministeriale degli agrofarmaci e alla registrazione dei trattamenti sul quaderno di campagna.


In questo articolo di due anni fa spiego il problema. La situazione non è cambiata, salvo che la Commissione Europea ha abbassato i dosaggi massimi di rame per ettaro e per anno da 4 a 6 kg rendendo le cose ancora più difficili. 

http://www.slowfood.it/slowine/burocrazia-sudicia-usa-meno-pesticidi-viene-multato/

Mi auguro che possa condividere la nostra preoccupazione (se non è così ci piacerebbe conoscere le motivazioni) e che la sua autorevolezza possa essere spesa presso il Ministero della Salute per risolvere questo annoso problema. 

La saluto cordialmente

Maurizio Gily

 

Al contrario della Ministra, la Senatrice Cattaneo, tramite il suo staff, mi ha risposto prontamente, chiedendomi alcuni approfondimenti. Di seguito riporto le richieste e le mie risposte

 

dati (qualora ne abbia o sia in grado di reperirli) sulla diffusione nelle aziende agricole italiane dell'uso delle irroratrici a tunnel descritte nell'articolo. Ove possibile, anche per distribuzione geografica; 

Non ho dati in merito a questo. La diffusione è limitata, a sensazione potrebbe riguardare meno del 5% della superficie vitata. Le limitazioni alla diffusione di questo tipo di apparecchiatura sono legate da una parte al costo elevato (che però non è un grosso problema per le aziende più grandi, dove il consumo di fitofarmaci è anche più elevato), dall’altro al fatto che sono macchine ingombranti e poco adatte alla viticoltura di collina e di montagna, che rappresenta gran parte della viticoltura italiana. Tuttavia la loro diffusione è in costante aumento, sia perché favorita dai Piani di Svilupo Rurale e altri finanziamenti pubblici, proprio nell’ottica di ridurre il consumo di pesticidi e la loro deriva nell’ambiente, sia per l’evoluzione tecnica che propone macchine più maneggevoli.


precisare se il suo auspicio sia una deroga generalizzata ai limiti quantitativi minimi di sostanza o se tale deroga, a suo avviso, debba valere esclusivamente per il caso del rame abbinato all'utilizzo delle irroratrici a tunnel e/o per il caso delle irrorazioni fatte all'inizio della stagione;

Il nostro (perché siamo moltissimi) auspicio è quello di una deroga generalizzata, perché quella delle irroratrici a tunnel è solo l’evidenza più estrema del problema. Tra l’altro si pensi all’assurdità di finanziare con denaro pubblico l’acquisto di macchine che servono a ridurre i dosaggi, e poi sanzionare chi li riduce.
Ma il problema è più generalizzato, per i motivi che ho già spiegato: l’efficacia della protezione è legata alla quantità di deposito sulla superficie fogliare, quindi il dosaggio deve essere in relazione ad essa. I dosaggi in etichetta si basano grosso modo su un’ipotetica superficie fogliare di 10.000 mq per ettaro, cioè un metro quadro di foglie per metro quadro di superficie. E’ intuitivo come tale ipotesi sia largamente sovradimensionata per un trattamento fatto a inizio stagione su una coltura a foglie caduche come la vite.

In teoria in viticoltura ci sarebbero sistemi abbastanza semplici per un calcolo approssimativo della superficie di chioma da trattare e quindi ricalcolare il dosaggio, con semplici formule matematiche riferite alla densità di impianto (in sostanza la larghezza dei filari) e allo sviluppo stagionale della chioma (che è la questione principale). Tuttavia tali formule sono più difficili da applicare per le forme in volume (alberi da frutto) e comunque rappresentano una modellizzazione di non così facile approccio per gli agricoltori.

La soluzione più semplice sarebbe quella di non prevedere alcun tipo di “non conformità” per qualunque sottodosaggio rispetto all’etichetta, eventualmente chiedendo di motivare il sottodosaggio con una breve nota sul quaderno di campagna (ad esempio: sviluppo della chioma al 25%, adozione di irroratrice a tunnel).
Per i prodotti “critici” dal punto di vista del sottodosaggio, in quanto possono favorire, se il sottodosaggio non è giustificato, l’insorgenza di ceppi di parassiti resistenti, tale motivazione scritta potrebbe essere obbligatoria, mentre per il rame non sarebbe comunque necessaria. D’altra parte si consideri che l’errore opposto non viene rilevato: cioè se uso un prodotto “critico” alla dose minima su una chioma a grandissimo sviluppo posso ugualmente, anzi a maggior ragione, aumentare il rischio della resistenza, ma per l’organo di controllo va tutto bene.  
L’etichetta dei prodotti più rischiosi da questo punto di vista potrebbe riportare una dicitura ben visibile (così come riporta il suggerimento di alternarli con altri prodotti e di non effettuare più di x trattamenti all’anno) del tipo NON SCENDERE SOTTO I DOSAGGI MINIMI (PER NON FAVORIRE LO SVILUPPO DI CEPPI RESISTENTI).

Tanto più che quasi sempre i prodotti di questa tipologia si applicano quando la chioma è già sviluppata, quindi il problema si pone raramente. Questa possibile integrazione delle indicazioni in etichetta potrebbe essere richiesta per i nuovi prodotti immessi sul mercato a partire da una certa data, con possibilità comunque di smaltire le scorte.

chiarire la fonte legale del divieto del minor utilizzo.

Per quanto ne sappiamo l’unica fonte è il decreto legislativo 17 aprile 2014, n° 69, “Disciplina sanzionatoria per la violazione delle disposizioni del regolamento (CE) n. 1107/2009 relativo all’immissione sul mercato dei prodotti fitosanitari e che abroga le direttive 79/117/CEE e 91/414/CEE, nonché del regolamento (CE) n. 547/2011 che attua il regolamento (CE) n. 1107/2009 per quanto concerne le prescrizioni in materia di etichettatura dei prodotti fitosanitari (G.U. 6 maggio 2014, Serie Generale n. 103)” e in particolare l’articolo 3 punto 3. Se esistano altre disposizioni, quali decreti attuativi o circolari applicative, non ne siamo a conoscenza, e non ne abbiamo reperite sul web. In verità il testo citato parla genericamente di rispetto delle indicazioni e prescrizioni in etichetta, non fa alcun cenno a una specifica non conformità da sottodosaggio, per cui la rilevazione di questo “illecito” rappresenta un’interpretazione restrittiva della norma. Le sanzioni vanno da 2000 a 100000 euro.

POSTILLA: Il problema della concentrazione

Un’altra causa di “non conformità” riguarda la concentrazione della soluzione. Anche su questo è necessaria una riflessione. La tecnica negli ultimi anni si è sempre più andata orientando verso macchine a “basso volume”, cioè adatte a distribuire soluzioni più concentrate, riducendo il consumo di acqua senza ridurre il dosaggio di principio attivo per unità di superficie, perseguendo l’obiettivo di ridurre i consumi di acqua e di energia (perché un trattore può trattare una superficie maggiore con la stessa carica della cisterna) e i tempi di lavoro. Tuttavia l’etichetta ministeriale fissa limiti molto restrittivi anche in questo senso, con massimi e minimi di prodotto commerciale per ettolitro di acqua. Questi limiti sono coerenti con uno standard di consumo di circa 1000 litri di acqua per ettaro, e studiati per far “tornare i conti” con i dosaggi per ettaro di prodotto, basati su questo consumo di acqua, e su una superficie di deposito ipotetica di 10.000 mq di foglie per ettaro. Nella realtà, per lo meno in viticoltura e per la distribuzione di prodotti fungicidi, lo standard attuale è molto più vicino ai 500 litri per ettaro, cioè la metà, e questo in piena vegetazione, per cui è prassi aumentare la concentrazione oltre i limiti dell’etichetta. Per contro in frutticoltura, con chiome arboree molto espanse, facilmente il volume di 1000 litri per ettaro viene superato, di conseguenza la concentrazione di prodotto scende.
Qui entrano in gioco, ci rendiamo conto, aspetti di tipo sanitario. Ma non siamo affatto sicuri che una concentrazione maggiore della soluzione, almeno fino a certi limiti, rappresenti uno svantaggio di tipo sanitario, per i seguenti motivi:
1. Posto che l’operatore deve usare i mezzi di protezione individuale previsti dalla legge, i momenti di maggior rischio di contaminazione riguardano la manipolazione del prodotto a concentrazione piena, e non cambiano in base alla concentrazione finale della soluzione, che viene realizzata all’interno della cisterna chiusa grazie all’agitatore interno;
2. A maggiori volumi di acqua corrisponde invariabilmente una maggiore deriva e una maggiore dispersione nell’ambiente (effetto nuvola) mentre una soluzione più concentrata e più mirata al bersaglio (ad esempio con l’uso di ugelli antideriva che regolarizzano a dimensione delle gocce) riduce la dispersione nell’ambiente e anche il deposito sulla cabina del trattore, o sulla persona dell’operatore in assenza di cabina.

Pertanto anche su questo punto sarebbe necessaria una revisione della normativa in senso più flessibile (concentrazione consigliata).

Conclusioni:

Esiste in sostanza un grave disallineamento tra l’evoluzione tecnologica e la normativa: e si ha la netta impressione che, mentre la prima tende a migliorare con il tempo la sostenibilità delle produzione, la seconda vada esattamente, per alcuni aspetti, nel senso opposto.

Leggi di più...

Le ragioni dei padri

Published in Altre pubblicazioni

La riconversione delle forme tradizionali di allevamento verso sistemi considerati più moderni non sempre ha dato i risultati sperati. 
In questo articolo, pubblicato su "Vitenda" 2019, l'agenda del viticoltore edita da Viten, parlo di pergola vs spalliera, alberello vs spalliera, cordone speronato vs Guyot. Riconversioni a volte frettolose, sospinte da una certa accademia e da finanziamenti pubblici, in cui spesso alla fine i contro hanno superato i pro.

Scarica l'articolo

Leggi di più...

Quando il sole muoverà gli aeroplani

Published in Slow Food

SLOW FOOD N. 46,  giugno 2010

Quando il sole muoverà gli aeroplani

Maurizio Gily

La meraviglia che Kant provava al cospetto del cielo stellato io l’ho sempre provata guardando crescere le piante, maturare i frutti, rigenerare la vita e la catena alimentare grazie ad un sistema altamente efficiente di catturare e sfruttare l’energia luminosa. Alla base della fotosintesi clorofilliana sta una reazione apparentemente semplice: la separazione di ossigeno e idrogeno da una molecola d’acqua, tramite la rottura dei forti legami che li uniscono, provocata dall’energia del sole. Nella realtà in questa reazione e in quelle che seguono, la ricombinazione dell’idrogeno con il carbonio sottratto alla CO2 atmosferica, con liberazione dell’ossigeno in atmosfera, e la successiva costruzione delle molecole organiche, non c’è nulla di semplice: la fotosintesi, l’azione degli enzimi con i loro catalizzatori metallici e la conseguente costruzione dei mattoni della vita sono processi biochimici che hanno popolato i nostri incubi di studenti, e peggio sarà per le generazioni a venire, perché più aumentano le conoscenze e più la vita appare complessa.

Quella di rubare alla natura i “codici di accesso” di questa alta tecnologia che è la fotosintesi, per assicurare all’umanità energia rinnovabile in abbondanza e a basso costo mi è sempre parsa un’idea degna di Prometeo, uno dei miei eroi preferiti. Per questo quando ho saputo del progetto della “foglia artificiale” del BioSolar Lab del Politecnico di Torino ho cercato di saperne di più e ho chiesto di incontrare il responsabile del progetto.

Il prof. James Barber è docente al’Imperial College di Londra e si muove tra la capitale britannica e la città di Alessandria, dove ha sede il Biosolar Lab e dove è coadiuvato da due giovani ricercatrici italiane, Fabiana Chimirri e Cristina Pagliano (nella foto di apertura).

Prof. Barber, che differenza c’è tra il modello della foglia artificiale e le applicazioni già conosciute dell’energia solare come il fotovoltaico?

Una prima differenza è che nel fotovoltaico si sfrutta l’effetto fotoelettrico per generare corrente: ma la corrente elettrica ha applicazioni limitate, con l’elettricità non si fanno viaggiare gli aerei, le navi, i trattori agricoli… è possibile produrre idrogeno tramite elettrolisi con catodi di platino, ma è una tecnologia costosa e poco efficiente. La foglia elettronica invece simula le reazioni che avvengono nelle piante, con la separazione dell’idrogeno dall’acqua. L’idrogeno prodotto può essere direttamente stoccato in celle e usato come combustibile, oppure si può farlo reagire con il carbonio e i suoi composti per produrre idrocarburi puri, che non producono sottoprodotti di combustione nocivi come polveri sottili e gas solfidrici, ed il cui CF (carbon footprinting, cioè quantità di anidride carbonica emessa) è pari a zero, in quanto il carbonio utilizzato per la costruzione delle nuove molecole viene sottratto alla CO2 dell’atmosfera proprio come fanno le piante. Un'altra differenza è che il fotovoltaico usa componenti ottenuti dalla fusione e cristallizzazione del silicio, un processo costoso sul piano energetico ed economico, mentre il Fotosistema II o PSII, l’enzima che studiamo al BioSolar Lab, avvia la fotosintesi con la rottura dei legami dell’acqua tramite un nucleo di manganese e calcio, elementi disponibili in grande quantità, combinati con un complesso proteico. Il modello di enzima artificiale sul quale stiamo lavorando, a imitazione del PSII, prevede l’utilizzo di manganese e ferro, minerali poveri.

Quindi con la foglia artificiale si potrebbe produrre energia a basso costo?

Teoricamente sì. In pratica questo dipenderà da quante risorse saranno investite nei prossimi anni nella ricerca in questo campo, al fine di svilupparne sia gli aspetti teorici che le applicazioni industriali. Fino ad ora, al di là delle dichiarazioni di principio, i governi hanno investito poco sulle fonti rinnovabili perché il petrolio è un affare per molti ed il suo prezzo all’origine è relativamente basso. Le spese del bilancio federale degli Stati Uniti sulle fonti energetiche, a confronto con quelle per i programmi spaziali o per le spese militari rendono l’idea in modo alquanto impressionante (GRAFICO). Sembra quasi che la politica energetica prescelta sia quella di fare le guerre per approvvigionarsi di idrocarburi a basso costo piuttosto che lavorare sulle fonti rinnovabili. Per ottimizzare il potenziale energetico del sole servirebbe un investimento almeno pari a quello del programma Apollo, che ha portato l’uomo sulla luna: con implicazioni economiche e sociali, però, ben più rilevanti.

Il nucleare non è una soluzione?



Investimenti in ricerca e sviluppo del bilancio federale degli USA dal 1955 al 2003

Secondo me no, almeno non a breve e medio termine. Le tecnologie attuali hanno problemi di impatto ambientale e compatibilità sociale e, anche per questo, ma non solo per questo, costi elevati e tempi lunghi. Per soddisfare la richiesta di energia prevista per il 2050 si dovrebbe costruire una centrale alla settimana. Ma in Gran Bretagna il tempo medio di costruzione di una centrale è dieci anni. Se si arrivasse alla tecnologia della fusione del nucleo sarebbe diverso, ma le difficoltà teoriche e applicative sono enormi, non credo che ci si arriverà prima di 40 anni. E cos’è poi un reattore dove avviene la fusione nucleare? Niente altro che un piccolo sole. Per il momento possiamo usare quello che c’è già. In effetti oggi nessuna impresa privata investe sul nucleare. Non  è “profitable”: è una scelta strategica dei governi che va nel segno di una riduzione della dipendenza energetica e delle emissioni di gas serra, ma a mio avviso non è la soluzione: troppo costosa e inquinante.

E la produzione di biocombustibili non è già uno sfruttamento della fotosintesi?

Certo, se è per questo anche il petrolio e il carbone lo sono, si tratta di energia accumulata con la fotosintesi da organismi che hanno popolato la terra per milioni di anni. A ben vedere quasi tutto viene dal sole. Ma la resa energetica dei biocombustibili e delle biomasse va dallo 0,2 al 2% dell’energia solare incidente: una resa bassa, destinata a creare competizione tra produzione di energia e produzione del cibo per un’umanità in crescita. Può essere accettabile in alcuni casi, ma è necessario mettere a punto meccanismi più efficienti. Il consumo attuale di energia è calcolato in 13 Terawatt all’anno, e si prevede che salirà a 20 nel 2050. Il dato fa paura, ma se pensiamo che l’energia solare che impatta sulla terra in un’ora supera quella prodotta in un anno intero dai combustibili fossili possiamo concludere che forse abbiamo i mezzi per prevenire la catastrofe. A patto di svilupparli.

Leggi di più...
Subscribe to this RSS feed